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Attentato all’Hotel Serena: attacco al cuore della città

Afghanistan > Speciale elezioni 2014

L’attacco all’Hotel Serena di Kabul è l’ennesima e tragica testimonianza di quanto la situazione in Afghanistan risulti politicamente instabile e di quanto la sicurezza sia ad oggi ancora un problema fuori controllo e senza una soluzione immediata. La notte di giovedì 20 marzo quattro giovani terroristi sono riusciti a superare i sistemi di security dell’Hotel facendo fuoco e uccidendo in totale nove persone; 4 stranieri e 5 afghani tra cui l’AFP (Agence France Press) Reporter afghano Sardar Ahmad, sua moglie e i suoi due bambini (suo figlio più piccolo di 2 anni è scampato alla morte, ma si trova in gravissime condizioni).

Il portavoce dei Talebani Zabihullah Mujahidi ha rivendicato l’attentato dimostrando di nuovo, dopo gli attacchi dei giorni scorsi a Jalalabad, (dove sono rimaste uccise 18 persone e ferite 22), e al Bazar di Maimana nella provincia di Faryab, nel nord dell’Afghanistan (dove un kamizake ha ucciso 15 civili e feriti almeno trenta), che il terrorismo sia tutt’altro che sconfitto.

L’attentato all’Hotel Serena, centro nevralgico e punto di ritrovo della comunità internazionale di istanza nella capitale afghana (già colpito da un commando suicida nel gennaio 2008 che causò la morte di 7 persone) rappresenta un chiaro quanto esplicito avvertimento dei talebani nei confronti dell’occidente, ma è anche un atto di forza che vuole essere un sinistro avvertimento politico di una tutt’altra che serena campagna presidenziale.

Il problema degli attentati delle frange estremiste del paese rappresenta una vera e propria spina per il futuro dell’Afghanistan poiché ne impedisce di fatto la pace, la stabilità politica e la ripresa economica prolungando le sofferenze ad un popolo già provato da guerre e miseria. Va ricordato che nell’ultimo anno si è registrata una pericolosa crescita degli attentati terroristici nonostante il decennale sforzo della comunità internazionale di creare le basi di una convivenza pacifica e una ricostruzione democratica del paese. A pagare il prezzo più alto, sono, come sempre, i civili e secondo il rapporto delle Nazioni Unite sull’Afghanistan, ci sono state 2.959 vittime civili nel 2013, il 7% in più rispetto al 2012 e 5.656 feriti (+17%), in gran parte colpiti dall’esplosione di bombe o ordigni improvvisati. (fonte: Analisi e Difesa dell’8 febbraio 2014).

I giorni che precedono la chiamate alle urne per la nuova carica del presidente afghano si preannunciano quindi come un periodo pieno di incognite e di forte instabilità che vede i civili innocenti i facili bersagli di una propaganda anti-occidentale spietata e violenta, dove donne e bambini e l’intera popolazione sono coinvolti, loro malgrado, in una guerra che non hanno né voluto né cercato, ma che subiscono pagandone il prezzo con il sacrificio della propria vita o di quella dei propri figli o familiari.

Barbara Gallo
Collaboratrice su tematiche afghane di Fondazione Pangea Onlus