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Emancipazione femminile ed elezioni afghane; un connubio difficile

Afghanistan > Speciale elezioni 2014

Le elezioni presidenziali afghane sembrano essere ormai più un bollettino di guerra, piuttosto che un’occasione per voltare pagina e cercare di risolvere i problemi sociali, economici e politici dell’Afghanistan. E’ di oggi 2 aprile la notizia dell’attacco di un kamikaze contro il Ministero dell’Interno a Kabul dove sono rimasti uccisi 4 poliziotti (fonte: Internazionale).

E purtroppo, tra gli argomenti dimenticati di questo ultimo stralcio di campagna elettorale, c’è quello dei diritti delle donne e di una eventuale presenza femminile all’interno del prossimo governo.
A pochissimi giorni dalla data del 5 aprile che eleggerà il nuovo Presidente afghano, le previsioni sul possibile vincitore sono ancora molto incerte, ma una cosa è sicura e cioè il fatto che tutti i candidati hanno parlato pochissimo, se non per niente, della condizione delle donne afghane.
In un paese, ancora fortemente patriarcale, nessun candidato ha avuto il coraggio di schierarsi apertamente a favore delle donne, poiché questo avrebbe significato, soprattutto in alcune zone, una perdita sostanziale di possibili sostenitori.
Eppure le donne, negli ultimi anni, hanno dato vita a molti movimenti di promozione dei loro diritti, hanno iniziato a conquistarsi, seppur faticosamente, degli spazi sociali rilevanti, (oggi in Afghanistan, ad esempio, ci sono donne che ricoprono il ruolo di giudici e magistrati) ma tutt’ora siamo ancora di fronte ad una società che ha apertamente paura di parlare e confrontarsi a pari dignità e livello con la popolazione femminile, anche se nelle ultime elezioni del 2010, 69 donne sedevano in parlamento per un totale di 249 seggi (fonte: Internazionale, 28 marzo 2014).

Tutti i candidati di queste nuove elezioni presidenziali hanno cercato affiliazioni e amicizie influenti all’interno dei vecchi sistemi di potere, ma nessuno ha pensato di giocarsi la carta “femminile”, rompendo con un passato retrogrado, violento e maschilista, dimostrando quindi che nonostante le speranze, la caduta dei talebani e la globalizzazione, l’Afghanistan continua a volgere lo sguardo più sul suo recente passato che non sul futuro.

Non dimentichiamoci però che, come sempre accade, è un problema di maturità sociale e culturale di un popolo che in altri tempi ha dimostrato di apprezzare l’audacia e il coraggio femminile, visto che Malalai di Maiwand (eroina durante la battaglia di Maiwand, nel 1880, che si svolse nella seconda guerra anglo-afghana, durante la quale Malalai perse la vita) è a tutt’oggi considerata un simbolo e un’icona afghana importantissima.

I severi codici tribali, la paura del confronto con l’altra metà del paese, il timore del cambiamento sociale continuano a bloccare questo lento processo di emancipazione femminile che per emergere con più forza ha necessariamente bisogno di un Governo che appoggi e sostenga le loro battaglie per la conquista dei diritti attraverso e, soprattutto, leggi governative che diano un chiaro segnale di cambiamento di rotta verso un futuro costruito sulla parità e sulla uguale dignità tra uomo e donna.

Barbara Gallo
Collaboratrice su tematiche afghane di Fondazione Pangea Onlus