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La questione violenza in India, il lavoro di Pangea a Calcutta

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luglio 2014

In questi ultimi tempi l’India è sempre nelle prime pagine delle cronache internazionali per questioni legate alle violenze che subiscono donne e bambine per mano di uomini singoli o in gruppo, tra le più truci che possano avvenire.

La scorsa settimana sono stata in India per visitare il progetto che abbiamo a Calcutta con le donne disabili. Ho cercato di capire meglio questi ultimi fatti, parlando con la responsabile indiana dei progetti Pangea, Kuhu Das, e con alcune altre esperte.

Kuhu mi ha spiegato che in effetti si ha la sensazione che la crisi economica che l’India sta vivendo, stia esacerbando alcuni atteggiamenti prevaricatori degli uomini che culminano nella violenza su donne e bambine, target su cui dare sfogo alle proprie insoddisfazioni, per di più mirando a particolari segmenti della popolazione femminile come le minori, le caste basse o fuori casta, le disabili. Ciò avviene perché, come commenta Kuhu, “cresciamo in un sistema ben radicato di discriminazioni e ineguaglianze fortissime - from the womb to the tomb, cioè come diciamo noi, dal concepimento alla tomba - rispetto agli uomini".

Non a caso la maggioranza della popolazione povera in India è rappresentata dalle donne che, di conseguenza, hanno meno opportunità di modificare la propria situazione. Con gli ultimi fatti di stupro di gruppo e omicidio - dalla studentessa aggredita mentre tornava a casa in autobus nel dicembre del 2012, alle sorelline che camminavano in campagna per andare al bagno pochi mesi fa - crescono le paure e le preoccupazioni delle famiglie che nel tentativo di proteggere le figlie, non ricercano l’affermazione dei loro diritti, ma si vedono costrette a restringere le loro libertà di movimento, di educazione, di semplice autonomia e crescita nella comunità in cui vivono.

La generalizzata cultura dell’impunità fa sentire le vittime che vogliono ricorrere alla giustizia doppiamente vittimizzate: nella fase di denuncia difficilmente vengono prese sul serio, e le autorità oppongono loro un muro di gomma. Generalmente non sono credute e devono sottoporsi a umilianti interrogatori per dimostrare che non hanno provocato la violenza con i propri atteggiamenti. Nel frattempo gli abusanti e gli assassini possono contare sulla mancanza di condanne, che si concretizza troppo spesso nella complicità silenziosa della polizia che interviene in ritardo, mortificando e sconfortando le vittime, o nella totale assenza dei rappresentanti politici che continuano a fare dichiarazioni minimizzando il problema e denunciando un clima di esagerazione generale.

Anche le donne disabili, alle quali è dedicato uno specifico progetto che Pangea conduce tra gli slum di Calcutta vivono questa realtà, aggravata ulteriormente dalle loro precarie condizioni di salute che le rendono ancor più vulnerabili.

La responsabile del progetto conferma, infatti, che le donne e le bambine con disabilità vivono non solo la discriminazione dell’ essere nate “femmine” e quindi di essere considerate un peso per la famiglia, ma ancor peggio per essere nate disabili, incapaci perciò di produrre reddito o impossibilitate a sposarsi e il cui destino sarà quello di rimanere per sempre a carico della famiglia.

Spesso i vicini e gli stessi familiari maschi si sentono nel diritto di abusarne e di violarne corpo e sentimenti perché non le considerano persone, esseri umani capaci di pensiero e sensibilità o dotate del diritto fondamentale di esistere ed essere rispettate nella propria integrità psico-fisica.

Le donne e le bambine disabili di cui ci occupiamo risiedono proprio nella regione, il West Bengala, che ha in India il più alto tasso di denunce per violenze subite.

Il progetto che Pangea realizza negli slum è articolato e ben strutturato e mira a potenziare l’autostima e l’autonomia delle bambine e ragazze che presentano diversi tipi di disabilità (da quelle motorie a quelle mentali), a offrire un supporto medico adeguato e a rafforzare il rapporto delle figlie con i genitori.

Qui, infatti, le madri e i familiari delle bambine disabili si riuniscono settimanalmente in gruppi per affrontare le loro difficoltà, tra cui il problema della violenza. Nel gruppo trovano finalmente lo spazio per confrontarsi, denunciare, farsi forza a vicenda.

Ad agosto ci sarà un piccolo corso di formazione sulla violenza, ma molto ancora si deve fare!

Come testimonia Sonita : “Se prima entravo in autobus e tutti mi toccavano e io non mi rendevo conto di quello che avveniva, oggi so esattamente cosa vuol dire e inizio a parlare ad alta voce per far vergognare chi mi sta importunando, gli pesto i piedi e mi agito. Vedere una donna disabile comportarsi con audacia fa sempre uno strano effetto in mezzo alle persone, tutti credono che noi staremo comunque zitte perché ci vergognano di essere disabili e così pensano di poter approfittare di noi tranquillamente. Non è perché siamo disabili che non sentiamo nulla o siamo senza anima! Vogliamo esistere al pari delle altre persone e pretendiamo rispetto!".

Certo le idee parlando con queste donne non mancano e le buone pratiche per risolvere la situazione, pure.

Parlando con loro mi viene in mente la situazione italiana, la ricetta applicabile sarebbe la stessa perché le violenze anche se sono per intensità e per modalità differenti, presentano aspetti molto simili: le vittime sono per la maggior parte donne e bambine; inoltre qui esattamente come in India, manca una solida risposta istituzionale che negli anni ha generato solo tanta sfiducia nei politici, negli operatori statali, nelle forze di polizia e nella giustizia.

Il nuovo primo ministro indiano, Modhi - del partito BJP, che da maggio ha cambiato completamente la compagine politica dell’India degli ultimi 50 anni - non ha mai parlato concretamente di piani per sostenere i diritti delle bambine e delle donne. Come ci hanno precisato il nostro staff in India, il premier Modhi non si è ancora nemmeno espresso sulle violenze di questi ultimi tempi, e il timore diffuso è che sulla questione continuerà a rimarcare la linea delineata nella sua campagna elettorale cioè “sicurezza per le nostre donne e bambine” il che in pratica significa “Non fatele uscire, sono in pericolo!”

Il nipotino di Kuhu mi dice con il suo inglese stentato “Ma perché non tengono a casa gli uomini così risolviamo la situazione?”. Gli sorrido: certo avrebbe la sua logica!

Ma non può esistere un mondo solo pensato e creato da e per una metà dei generi della popolazione e quindi gli chiedo “Ti piacerebbe rimanere a casa tutto il tempo? Anche tu sei un ometto!” lui ci riflette e poi mi dice: “No in effetti meglio poter uscire entrambi, meglio sapersi comportare per bene con tutte le persone, donne e uomini”.

È con questo pensiero che sono tornata in Italia, sapendo che c’è ancora molto da fare da parte di tutte e tutti.

Simona Lanzoni
Vice Presidente e Responsabile dei Programmi di Fondazione Pangea Onlus