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Le bacha posh: l’infanzia negata delle bambine afghane

Dossier > Cultura e tradizioni afghane

L’Afghanistan non è un paese per donne. Tra abusi e violazione dei diritti, legati ad una visione maschilista della società che sfiorano, il più delle volte, la brutalità e la violenza, c’è pochissimo spazio per una visone femminile del mondo libera ed autodeterminata. L’ingegno, ma forse sarebbe più corretto chiamarla disperazione, ha portato le dokhtar zai, le madri che generano solo figlie femmine in lingua pasto, a scegliere per il quieto vivere e la salvezza dallo stigma sociale sulla loro stessa famiglia, di far crescere e vestire una delle loro figlie sin dalla tenera età nei panni di un maschietto in mancanza di un erede di sesso maschile. Infatti dopo aver messo al mondo più di due o tre bambine, in alcune famiglie, capita che una figlia venga scelta per interpretare il ruolo del figlio mai avuto e tanto desiderato. Il fenomeno delle bacha posh (ragazze che si vestono come maschi) non è raro in Afghanistan né in Pakistan, soprattutto nelle zone rurali dove la povertà, la mancanza di istruzione e le rigide regole sociali impongono la necessità, se non il dovere, della nascita di un figlio maschio per assicurare la discendenza e la tutela dei propri beni terrieri, la sicurezza e la rappresentanza sociale della famiglia. La venuta al mondo di una bambina è quindi spesso vissuta come una disgrazia tanto da portare i familiari, a volte, a porgere le condoglianze al posto degli usuali auguri di “benvenuta al mondo” alla nascitura.

In un Paese dove, secondo le statistiche delle Nazione Unite, la condizione della donna risulta tra le peggiori al mondo, l’usanza di “trasformare” per un periodo della vita le proprie figlie in figli, davanti agli occhi del mondo, non è condannato dalla società, ma, al contrario, è visto come una buona soluzione al problema dell’onore di una famiglia. Questo “escamotage” è usato nelle famiglie appartenenti ad ogni ceto sociale e ad ogni etnia.

Molte rimangono le domande aperte, soprattutto per noi occidentali, che crediamo fermamente nel valore della tutela dei minori e della loro identità sessuale. Probabilmente per riuscire a trovare una spiegazione a questa usanzabisogna conoscere le regole di una società come è quella afgana, in cui è ancora oggi poco tollerata la mancanza di un maschio in famiglia. Questo non equivale a giustificare l’atto in sé, ma sicuramente ci aiuta a capire, che a volte, questa estrema soluzione salva la bambina e le altre sorelle dal ripudio da parte del padre e della società, che altrimenti riserverebbe alla moglie ed alle figlie un futuro con pochissime speranze di sopravvivenza.

Pangea, nella sua esperienza di vita in Afghanistan, ha conosciuto diversi casi di bacha posh. Qui di seguito una esperienza di Simona Lanzoni, Vice Presidente di Pangea, relativa agli anni in cui ha vissuto in Afghanistan.

La prima volta che ho incontrato una bacha posh ero a Mazar –e-Sharif, di transito con destinazione verso l’Uzbekistan, per approdare alla mitica Samarcanda.
Aladino, l’autista che ci accompagnava nel viaggio, ci ospitò a casa di sua sorella. La guerra era finita da poco, era il 2004, e gli stenti della vita segnavano il viso di quella famiglia, padre, madre, e cinque figlie.
- “Aladino sei sicuro cinque figlie? A me sembrano 4 femmine più un bambino!”
- “No Simona jan. Mia nipote è nata poco prima dell’arrivo dei Talebani, c’era la guerra, per le donne era difficile uscire se non accompagnate da un uomo!”- e la sorella continua con l’aria triste guardando in un vuoto che sembra pieno di immagini. “Ero troppo spesso sola con le mie due bambine, mio marito stava fuori per lavoro e a volte non sapevo come fare anche solo per andare a comperare il pane. Quando è arrivata anche la terza figlia l’ho “travestita” come un maschio. Almeno poteva accompagnare me e le sorelle fuori - e di colpo si mette a ridere. Il bambino di circa nove anni, con i capelli rasati, che mi sorrideva, vestito con un semplice shawal-Kamize color sacco di yuta (tunica e pantalone largo) era in realtà una bambina.
La mamma le passa la mano sulla testa rasata, e si mette a ridere di nuovo vedendo la mia faccia stupita. Ne avevo sentito parlare ma non pensavo di trovare un “caso” così vicino a me. “ma ora non c’è più la guerra ora, perché continuare a farla essere un maschietto?” le chiedo.
“Per portare fortuna, per “chiamare” un figlio maschio nella nostra famiglia- mi dice il marito- prima o poi arriverà un maschio!”. Nel frattempo sono nate altre due bambine e sono quindi cinque.
Mentre i burqa bianchi sventolavano nelle strade dietro la meravigliosa moschea Azzurra di Mazar-e-Sharif guardo questa bimbetta di nove anni e inizio a farmi raccontare gli stenti e le fatiche con cui sono cresciute sotto i talebani.
Oggi 2015, lei, quel bimbetto coraggioso che avevo conosciuto, mi chiama su skype, parla molto meglio di suo zio Aladino l’inglese aiutandolo a parlare con me. Lei è una bellissima giovane donna, capelli fluenti e molto trucco, nulla potrebbe far pensare che è stata una bacha posh. Con la pubertà ha rimesso i panni femminili, ciononostante ha continuato a studiare e a cercare di trovare il suo posto nel mondo. Finalmente nel 2005 è anche arrivato il tanto desiderato fratello maschio.

Non tutte queste bambine sono fortunate come lei. Essere una bacha posh potrà anche sembrare assurdo ai nostri occhi, ma per queste ragazze è una opportunità incredibile di sperimentarsi in maniera pari ai loro coetanei maschietti. Per alcuni anni le bacha posh possono godere dei privilegi maschili quali camminare sulla strada, andare a scuola, parlare e relazionarsi senza timore con la propria comunità (o quasi).

Ma l’incantesimo si spezza alla pubertà, quando riscoprono non solo la loro appartenenza biologica al mondo femminile, ma soprattutto quando sono costrette a seguire quel bagaglio di regole e restrizioni da cui erano state esonerate fino a quel momento. Ciò equivale a dire non uscire da sole, non andare a scuola, non correre e non parlare ad alta voce, non guardare gli uomini negli occhi e magari sono anche costrette ad una matrimonio forzato ritrovandosi doppiamente oppresse in regole e relazioni all’opposto di quelle sperimentate sino a poco tempo prima.

Ma, allo stesso tempo, alcune fanno tesoro della loro esperienza di uguaglianza e parità traendone maggiore forza per vivere ed essere di esempio per altre donne nell’affrontare le difficoltà quotidiane e nel rivendicare quei diritti che gli appartengono, nella convinzione che tutti i mali non vengono per nuocere.

Barbara Gallo
Collaboratrice su tematiche afghane di Fondazione Pangea Onlus