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Immagine da: omidshinwari.blogspot.it

La lunga strada per la vittoria: il cricket come simbolo di speranza

Dossier > Cultura e tradizioni afghane

Le notizie che giungono dall’Afghanistan non sono affatto confortanti: poche ore fa si consumava un attentato atroce che ha colpito dei bambini innocenti, la cui unica colpa è stata quella di giocare a cricket in un Paese dove anche solo rincorrere e battere una palla, in un campo di gioco improvvisato, significa rischiare la morte per mano dei talebani o di altri insorgenti fondamentalisti.
Forse questi bambini volevano solo emulare i loro eroi, la squadra afgana di cricket, che proprio questo mese ha partecipato per la prima volta nella storia del loro paese ai campionati mondiali. Gente comune, 11 ragazzi venuti su dalla strada e dai campi profughi in Pakistan. Un esempio positivo di come forza e coraggio possono essere utilizzati per costruire percorsi di Pace.
Allora forse è importante ricordare che questo paese, continua a lottare per la propria sopravvivenza e per il proprio futuro, e c’è ancora chi paga per la sua volontà di scrivere una storia diversa. E vale la pena anche raccontarla.
La storia personale e sportiva del team afghano di cricket e quella del suo Capitano, ne sono l’esempio vivente. Quasi tutti i giocatori della squadra sono infatti nati e o vissuti nei campi profughi nei dintorni di Peshawar, Pakistan, al confine con l’Afghanistan. Questa città, dagli ani ’80 sino ad oggi, ha ospitato milioni di rifugiati afghani scappati dalle varie guerre che si sono succedute nel loro Paese.
Una vita segnata da un’ estrema povertà, da lutti e privazioni e con scarse speranze di un rientro in patria.
La famiglia di Mohammad Nobi, pur riconoscendone il suo talento innato, era assolutamente contraria ad assecondarne la passione perché timorosi che lo potessero uccidere.
In quegli anni non esisteva nemmeno un campo da gioco adeguato per questo sport e, durante il periodo dei talebani, era stato vietato anche solo giocare a cricket per strada in Afghanistan e Peshawar si trovava giusto al confine. Ma Mohammad, come i suoi compagni, che hanno avuto lo stesso suo destino, non ha mai perso di vista l’obiettivo più importante della sua vita: diventare un giocatore di cricket professionista.
Quando, finalmente, finì l’oscurantista periodo talebano, malgrado la situazione sociale e politica drammatica, iniziò una lenta ricostruzione dell’Afghanistan e migliaia di profughi, pian piano, rientrarono in patria.
Nel 2001 nacque ufficialmente la prima squadra afghana ma non c’erano né le risorse economiche, né la possibilità di formare una vero team. I giocatori non venivano pagati e non avevano né divise né tanto meno un equipaggiamento sportivo. Gli allenamenti si svolgevano spesso per le strade fatte di fango durante i rigidi inverni e di polvere durante le torride estati, con il concreto rischio di essere presi di mira da chi non voleva il ritorno della pace. Ma, nonostante tutte le difficoltà, la squadra afghana continuò però ad allenarsi e credere nel loro sogno.
Contemporaneamente il giovane e talentuoso Nabi muoveva i suoi primi passi professionali in squadre locali pakistane, fino a quando fu notato da un allenatore europeo che lo portò a giocare in Inghilterra dove acquisì tecnica e professionalità, quel che serviva per diventare il capitano della squadra di cricket afgana.
Nel corso di questi ultimi anni, grazie ad un’incredibile perseveranza e un impegno costante, il team afghano di cricket ha iniziato a collezionare una serie di vittorie fino a guadagnare, nel 2010, la Medaglia di Argento nei Giochi Asiatici.
A questo punto la popolarità della squadra era arrivata alle stelle, regalando notorietà e successo ai suoi giocatori. Oggi, per la prima volta nella sua storia, l’Afghanistan ha partecipato al Campionato mondiale di cricket; l’ ICC World Cup, che, come il Campionato mondiale di calcio, si svolge ogni quattro anni.
Al di là dei risultati sportivi che la squadra capitanata da M. Nobi sia riuscita a raggiungere, ciò che veramente conta è il fatto che questi 11 giocatori abbiano dimostrato al mondo intero che l’Afghanistan non è e non deve essere solo sinonimo di guerra e distruzione.
Una nuova generazione di uomini e donne sono oggi pronti a cambiare il volto e il futuro di questo Paese trasmettendo il messaggio che i sogni, anche quelli che sembrano impossibili, possono essere realizzati. Finalmente i bambini di questo Paese martoriato dalle guerre hanno nuovi “eroi senza armi”, in cui le battaglie si combattono con lealtà, regole, compostezza e onore su un campo di gioco.
La brutalità talebana ha reciso la vita di 6 bambini, dimostrando quanto questo sport faccia loro paura perché rappresenta il segno del cambiamento dei tempi e la lenta presa di coscienza di un popolo che vuole uscire dagli schemi di una guerra senza fine.
Noi di Pangea, che da anni lavoriamo a Kabul, possiamo percepire questo mutamento che tocca soprattutto i giovani uomini e le giovani donne e che è spesso è il risultato di quanto madri e padri trasmettano ai loro figli; la speranza e la volontà che il passato non si ripeta.
Lo sport per questi ragazzi, ma anche per molte ragazze, sta diventando un reale riferimento per costruirsi interessi e impegni, per trovare una maniera costruttiva di esprimere competitività e agonismo.
Oggi i Talebani hanno avuto una triste vittoria, ma questo drammatico episodio di violenza non fermerà la voglia di cambiamento e di riscatto di migliaia di Persone che si respira ormai in tutto l’Afghanistan anche attraverso il cricket.

“La passione e il nostro senso di squadra ci hanno insegnato ad essere uniti. Sappiamo cosa siano la sofferenza e l’agonia ed eravamo e siamo consapevoli che lo sport ci avrebbe aiutato ad avere un futuro migliore. Siamo dei lottatori, siamo forti e sappiamo aspettare. Il nostro impegno ci aiuterà a raggiungere il nostro traguardo”. Parola di Mohammad Nobi.

Barbara Gallo
Collaboratrice su tematiche afghane di Fondazione Pangea Onlus