Pangea

Piccole vittime: quando lo Stato non previene e non punisce

Punto di vista > Italia

Marzo 2015

La vicenda è del 2009, ma è tornata alla ribalta della cronaca in questi giorni, per via dei procedimenti giudiziari che ne sono seguiti e dei risvolti che questi hanno preso. E' la storia dell'uccisione del piccolo Federico Barakat, di otto anni, assassinato dal padre Mohammed nel corso di un incontro protetto presso la struttura dei servizi sociali di San Donato Milanese.

Mohammed Barakat era stato indicato dalla madre, Antonella Penati, come uomo violento e pericoloso, ma i servizi sociali, non prestando affidamento alle parole della donna, l'avevano giudicato in grado (e in diritto) di poter avere degli incontri settimanali col figlio. E proprio nel corso di uno di questi incontri, approfittando dell'assenza momentanea degli assistenti sociali, l'uomo ha prima sparato al figlio con una pistola che aveva con se e poi lo ha colpito con 24 coltellate. Infine, si è tolto la vita tagliandosi le vene e colpendosi al ventre con lo stesso coltello.

Ne sono seguiti anni di battaglie legali da parte della madre, che chiede giustizia ad uno Stato che non è riuscito a proteggere suo figlio, con una serie di ribaltamenti di sentenze pro o contro gli operatori del servizio sociale, attualmente conclusa con l'assoluzione degli stessi.

Il lavoro che svolgiamo da anni come Pangea con alcuni centri antiviolenza in Italia, a Latina e a Caserta, con il programma Piccoli Ospiti, spesso ci mette davanti a situazioni simili, in cui i minori sono obbligati alla mediazione familiare anche davanti alle evidenze di padri violenti che potrebbero nuocere seriamente al percorso di uscita dal trauma che gli stessi figli e le madri, che continuano a vivere ogni qualvolta c’è un incontro con loro, mettendo in serio pericolo la loro sicurezza e incolumità.

L’esempio di quanto successo nel 2009 evidenzia come manchi troppo spesso una cultura del fenomeno sulla violenza domestica e quindi sulle conseguenze sui minori (cosiddetta violenza assistita), nella preparazione degli operatori sociali e nei tribunali, oltre ad un adeguato supporto legislativo come richiesto dalla Convenzione di Istanbul. Sono problemi seri che si affrontano tutti i giorni nei centri che lavorano per il recupero del trauma dei minori e delle madri vittime entrambi di violenza in famiglia.

La strada che deve compiere lo Stato italiano in questo senso è ancora lunga, ma gli strumenti a disposizione sono di facile attuazione. Dichiara, infatti, Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea: "La violenza assistita dovrebbe essere considerata reato. Ciò permetterebbe di fermare situazioni come quelle che si sono verificate nel 2009 prima ancora che si arrivi alla morte del minore e in altri casi della madre, a tutela dei diritti umani!
È dovere dello Stato, nell’ambito delle sue competenze di due diligence, esserci ed assicurare protezione e lo Stato è anche chi lavora nei servizi sociali degli enti pubblici.
Per questo mozioni come quelle presentate dalla on. Vanna Iori a febbraio dovrebbe essere ripresa velocemente e ulteriormente rinforzata in un disegno di legge che consideri reato la violenza assistita"
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Fondazione Pangea Onlus