Pangea

Farkhunda ha pagato il prezzo della cultura afgana dell’impunità

Punto di vista > Afghanistan

Marzo 2015

Orzala Ashraf, attivista afgana per i diritti delle donne, ha scritto sulla morte di Farkhuda su Opendemocracy.
Qui di seguito la traduzione dell’articolo realizzata da Claudia Signoretti, Coordinatrice Programma Afghanistan e Programma India di Fondazione Pangea Onlus.

Come è possibile interpretare il linciaggio di Farkhunda con un impeto di rabbia nel cuore della città di Kabul? Quali sono le conseguenze per il futuro dell’Afghanistan?

L'anno che nel calendario afghano si è concluso la scorsa settimana,(21 marzo) è stato segnato da uno dei più sanguinosi eventi degli ultimi quattordici anni di presenza americana in Afghanistan. Per gli afghani, l'inizio dell'anno era un avvilente ricordo della celebrazione del Nowroz dello scorso anno, quando un giornalista locale, la moglie e i due figli, sono stati massacrati in un attacco terroristico al Serena Hotel. Quest’anno un evento ancora più scioccante ha sorpreso gli afghani - in particolare i residenti di Kabul.
Il 19 marzo, una donna di 27 anni, Farkhunda, è stata accusata da un Mullah locale e da alcuni custodi della moschea Shah-e-Du-Shamshira di aver bruciato alcuni versi del Corano. Un video sui social media mostra un gruppetto di uomini mentre interrogano Farkhunda che insiste di non aver bruciato il Corano. Gli uomini la portano fuori dal tempio e iniziano a picchiarla, le tirano dei sassi, trascinano il suo corpo fuori da una Toyota 4X4 e, come se non fosse abbastanza, buttano il corpo in fiamme nel fiume di Kabul. Tutto ciò è accaduto in presenza di una folta folla di spettatori, incluso un gruppo di poliziotti. L’unica cosa che alcuni spettatori hanno fatto, oltre a guardare, è stata quella di scattare foto e fare video che sono diventati cruciali per le indagini, permettendo di identificare gli aggressori e condurre ad alcuni arresti.
L’incidente inizialmente è stato riportato dai media locali e gli organi di stampa internazionali hanno successivamente seguito il caso con un’estesa copertura mediatica man mano che emergevano diversi aspetti dell’episodio. All’inizio è stato scritto che gli agenti di sicurezza avevano chiesto alla famiglia della vittima di lasciare la propria casa per paura di ulteriori ritorsioni, e avevano dichiarato che Farkhunda aveva problemi mentali, riconducendo quindi il presunto gesto alla sua malattia. In seguito, dopo la diffusione dei video sui social media, è emerso invece che la ragazza era innocente e il Ministro degli Affari Religiosi ha confermato che non aveva bruciato le pagine del testo sacro, ma dei pezzi di carta che il Mullah della moschea usò per i suoi riti scaramantici. Questi pezzi di carta sono usati come amuleti per curare donne (e uomini) dall’infertilità e da altri malanni, soprattutto psicologici. Tale forma di cura popolare, tramite la prescrizione di Taweez o amuleti da parte di questi Mullah, è parte della religione popolare e va a colmare quel vuoto di trattamenti psico-sociali assenti in quasi tutto il Paese.
Sebbene gli amuleti usati riportino dei versi del Corano, anche le interpretazioni più puriste dell’Islam considerano queste pratiche come mere superstizioni e non islamiche. A causare quest’orribile episodio è stata la reazione dei custodi della moschea sfidati da Farkhunda, che ha provocato un atto di rabbia dai sentimenti apparentemente religiosi, e probabilmente ha provocato il loro senso di superiorità maschile su un’intrusa femminile.
Secondo la famiglia di Farkhunda, la ragazza era di fatto un’attivista religiosa che lottava contro la superstizione, e tra le donne sosteneva i principi religiosi durante i funerali. Tale fenomeno, sebbene non sia nuovo, sta diventando sempre più diffuso in tutto il Paese. Farkhunda si era laureata in una Madrasa e anche in una scuola di perfezionamento per insegnanti, dove studiò matematica.
Sembra che il paradosso qui sia tra una semplice donna che si è assunta la responsabilità di rappresentare la corretta pratica dell’Islam, provocando così la rabbia del Mullah, e lo scatto d’ira che ha avuto conseguenze orribili e ingiustificabili. Malignamente potrebbe essere interpretato come una reazione popolare all’ingerenza Salafita nelle tradizioni locali – da notare che sia successo proprio con il Nuovo Anno o alla vigilia del Nowroz, un’altra celebrazione tradizionale che negli ultimi anni è stata messa duramente alla prova dai Salafiti e dai gruppi radicali.
Tuttavia, la natura e il tenore di quest’evento ci porta ben al di là dei discorsi riguardanti l’attuale “guerra al terrorismo” o l’invasione degli Stati Uniti e la resistenza Talebana e perfino oltre i discorsi sulla violenza contro le donne.
Quest’episodio, accaduto proprio nel cuore della vibrante città di Kabul, apre molte strade, informandoci della tragica realtà dell’Afganistan che va ben oltre le categorizzazioni semplicistiche e problematiche del popolo afgano – dividendolo tra istruiti e non istruiti, urbano e rurale, tribale e non tribale. Quest’evento parla chiaramente dell’eredità della radicalizzazione religiosa, che sta diventando una questione sempre più grave in tutto l’Afghanistan. Ci dimostra che avendo sminuito i crimini di guerra e i più grandi abusi nei confronti dei diritti delle donne, il risultato è il raggiungimento di livelli di violenza in pubblico senza precedenti e il dominio allarmante di una cultura dell’impunità rispetto ai piccoli e grandi reati. Ci racconta della spessore d’ignoranza e la carenza di un’adeguata cultura, inclusa la mancanza di un’educazione religiosa di base tra la gioventù afgana. Ci rivela inoltre, come le forme importate di state-building (costruzione di uno stato) e i modelli di capacity-building non riescono a portare cambiamenti socio-politici tangibili nella mentalità e nelle attitudini delle persone, nonostante i miliardi di dollari spesi. Dovrei sottolineare che la colpa di questa mancanza è ugualmente condivisa tra i donatori motivati da ragioni geo-politiche e coloro che detengono il potere in modo corrotto e inefficiente, le cui responsabilità di costruire una nazione genuina sono state sostituite preservando il loro potere e massimizzando gli interessi personali o di gruppi a scapito degli interessi della collettività. Infine, quest’episodio pone la questione del perché la grande folla di spettatori sia rimasta indifferente e non abbia fatto nulla per prevenire tale tragedia.
Contrariamente ad alcune critiche secondo cui le lotte delle donne afgane per i diritti sono state interamente importate e dipendenti dai donatori, in questo specifico caso le donne Afgane hanno fatto un passo senza precedenti: sono state le prime ad alzare la voce per condannare quest’atroce aggressione e poi, non solo hanno partecipato ma hanno perfino guidato il funerale di Farkhunda – d’accordo con il padre e il fratello di Farkhunda. Alcune delle leader afgane hanno portato sulle loro spalle la bara contenente il corpo semi bruciato di Farkhunda e hanno condotto la cerimonia di sepoltura, un gesto a cui raramente si è assistito nella storia dell’Afghanistan perché rompe il protocollo funerario. Ci sono state dimostrazioni e proteste a sostegno di Farkhunda e per chiedere giustizia a Kabul e in altre città e, sebbene alcuni ecclesiastici e politici inizialmente avessero appoggiato l’episodio, successivamente hanno chiesto scusa e hanno rivisto le loro dichiarazioni. Il 24 marzo un gruppo di giovani ha rinominato la strada che conduce all’area in “via di Farkhunda”. Un altro gruppo ha piantato un albero nel posto in cui era stato gettato il corpo della ragazza. E la polizia ha arrestato più di venti uomini e ha assicurato il dovuto processo per tutti. Non si sa ancora come tutto ciò proseguirà.
Ogni discorso rappresentativo sull’Afghanistan da parte dei presidenti e degli ufficiali inizia con la solita retorica di quanti milioni di ragazze e ragazzi frequentano la scuola. Ma nessuno osa domandare che tipo di scuola sia. È solo una struttura con i banchi, le sedie e il personale pagato? La nostra definizione di educazione, di scuola e di alunni non ha mai prestato attenzione al contenuto di ciò che viene insegnato ai bambini e ai giovani. E la passività di ogni singola persona che ha assistito allo spaventoso episodio di quel giovedì nel cuore di Kabul ne è una chiarissima dimostrazione.
È arrivato il momento per l’Afghanistan e per i donatori internazionali di prestare seriamente attenzione alla trasparenza, alla giustizia e ai diritti umani delle persone e porre fine a questa dominante cultura dell’impunità. Tuttavia questo risultato può essere raggiunto solo se questo attuale impeto di rabbia delle donne e degli uomini afgani non sia preso in ostaggio da gruppi o da singoli politici per i loro fini personali ma sia tradotto invece in azioni significative e genuine in ogni ambito: dall’educazione alla vigilanza, per portare i responsabili di ogni forma di violenza, compresa la violenza nei confronti delle donne, davanti ai tribunali, liberando il sistema giudiziario dalla corruzione e dal nepotismo, e regolamentando le azioni delle forze radicali che mobilitano i giovani verso il fanatismo religioso.

Orzala Ashraf
Attivista afgana per i diritti delle donne

Traduzione di Claudia Signoretti
Coordinatrice Programma Afghanistan e Programma India di Fondazione Pangea Onlus