Pangea

Quali sono le 3 parole più letali al mondo? È una femmina

Punto di Vista > India

Aprile 2015

3 parole fatali: è una femmina. Per questo il titolo del documentario “It’s a Girl” che, attraverso scioccanti storie e testimonianze dirette, permette di conoscere il tragico significato dell’essere femmina, soprattutto in alcuni Paesi del mondo. Secondo le stime delle Nazioni Unite, infatti, mancherebbero circa 200 milioni di ragazze nel mondo. Solo l’India e la Cina eliminano più bambine di quante ne nascono in America ogni anno.
È quello che l’economista e premio nobel Amartya Sen ha definito “Il mistero delle donne mancanti”. Bambine uccise, soffocate o strangolate con uno straccio; bambine abbandonate, in una scatola lungo le rive di un fiume; bambine abortite, dopo incessanti torture sul corpo delle madri. Tutto questo “solo” perché femmine.
Perché le famiglie indiane eliminano, così brutalmente e segretamente, le proprie figlie?
Perché c’è un sistema culturale e un’intera struttura sociale che preferisce i maschi, o meglio che non vuole le femmine. Una cultura che potrebbe sembrare tanto lontana dalla nostra ma che, a ben guardare, non lo è poi così tanto se, fino a poco tempo fa, anche da noi si usava dire “Auguri e figli maschi!”.
Purtroppo in India questa cultura è ancora molto diffusa e continua perfino a mietere sempre più vittime: l’ultimo censimento indiano del 2011 ha registrato un calo della sex ratio (la proporzione tra la popolazione femminile e maschile), pari a 914 bambine ogni 1.000 bambini, il risultato peggiore dell’ultimo secolo e la percentuale di donne più bassa al mondo.

Ma le sconcertanti testimonianze riportate nel video sono più eloquenti di qualunque altro dato: “Il problema è iniziato dopo che sono rimasta incinta: hanno iniziato a chiedermi di fare il test per l’identificazione del sesso, per sapere se portavo in grembo un bambino di sesso sbagliato. Poi mi hanno sottoposto a una serie di torture affinché abortissi. Che cosa dovrei fare per salvare mia figlia?”
“Pensavo di tenere mio figlio solo se fosse nato maschio. Così, appena è nata mia figlia, ho dovuto strangolarla. L’ho uccisa e l’ho seppellita sotto quell’albero. Sono rimasta incinta altre volte ma, poiché non riuscivamo ad avere un figlio maschio, ho ucciso 8 neonate”
.

In tanti anni di impegno di Pangea in India, anche noi abbiamo conosciuto, ascoltato e lavorato su queste storie ma, per fortuna, abbiamo anche sperimentato e dimostrato che è possibile combattere questa cultura e dare un altro significato all’essere donna.
In dieci anni di lavoro, abbiamo conosciuto decine di migliaia di storie di violenze ma anche di rinascita delle donne indiane. L’ultima è stata quella di Minu, una trentenne che vive nello slum di Kashipur, a Calcutta. Minu ha una disabilità agli arti causata dalla poliomelite, ha perso il papà pochi anni fa dopo una lunga malattia, e a stenti la madre e i fratelli riescono a guadagnare in tutto 70 euro ogni mese per sopravvivere. “Vorrei aprire un piccolo negozio di parrucchiere ed estetica”, disse Minu qualche mese fa. E così ha partecipato, insieme ad altre 11 ragazze, a un corso semestrale di estetica e parrucchiere che Pangea ha appena realizzato a Calcutta.
Dopo aver visto il video, il sogno di Minu può sembrare bizzarro. Eppure, una volta offertale la possibilità, Minu ci ha dimostrato che, sebbene nata femmina e con una disabilità, è possibile essere donna con dignità, rispetto e orgoglio, poter sempre sognare e realizzare i propri sogni.
E forse, visto il contesto da cui proviene Minu, non potrebbe esserci sogno più bello che quello di dedicarsi ad altre donne e valorizzarne la loro femminilità. Per questo noi di Pangea ci stiamo impegnando per aiutare Minu e anche tante altre donne di Calcutta a realizzare i propri sogni e poter dire a voce alta, senza paura e con orgoglio “sono una femmina”.

E tu? Vuoi aiutarci e aiutarle a realizzare questo sogno?

Claudia Signoretti
Coordinatrice Programma Afghanistan e Programma India di Fondazione Pangea Onlus