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Gender Equality Index: quello che in Europa non si dice

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Mentre tutti i riflettori dei media sono puntati sulla Grecia, in questi giorni sono stati pubblicati nuovi e interessanti dati che ci aiutano a misurare il livello di democrazia raggiunto nell’Unione Europea e nei suoi stati membri. L’EIGE, l’Istituto Europeo per la Parità di Genere, ha presentato pochi giorni fa il “Gender Equality Index 2015”, che misura la parità di genere nell’UE e nei singoli stati membri. L’indice e il relativo rapporto purtroppo ci mostrano che, anche su questo fronte, la situazione europea è piuttosto critica: l’UE è ancora a metà strada nel percorso verso la parità tra uomini e donne, con un punteggio di 52,9 (su una scala da 1 a 100, dove 100 rappresenta la completa parità) e dal 2005 ad oggi il progresso è stato piuttosto marginale (si è passati da 51,3 a 52,9). Alcuni Stati hanno registrato importanti miglioramenti, mentre altri sono regrediti e, come spiega Virginija Langbakk, direttrice dell'EIGE, le notevoli differenze rilevate tra gli Stati riflettono le priorità e approcci che ogni Paese ha scelto per realizzare le politiche e gli obiettivi dell'UE.

Alcuni Paesi hanno conseguito un punteggio superiore alla media europea: in prima linea la Svezia, con un indice pari a 74,2, seguita dagli altri Paesi Scandinavi, Finlandia e Olanda. Altri Paesi, in particolare quelli di più recente adesione, si sono attestati su valori ben inferiori alla media. E l’Italia? Purtroppo tra i Paesi fondatori dell’UE è il fanalino di coda, con un indice di 41,1.

Cosa ci rivelano esattamente questi numeri? Articolandosi su 6 domini principali - lavoro, denaro, conoscenza, tempo, potere, salute - e 2 domini satellite - violenza contro le donne e disuguaglianze intersezionali - l’indice ci permette di avere una fotografia ben composita della situazione delle donne, ponendo attenzione alle diverse sfere della loro vita, e ci mostra le aree in cui, anche in quei Paesi che hanno legislazioni avanzate, l’esercizio pieno e paritario dei diritti fondamentali da parte di donne e uomini tuttora non è garantito né scontato.

Guardando più nel dettaglio la situazione italiana rispetto a ciascun dominio, balza subito all’occhio che nel mondo del lavoro la partecipazione femminile è ancora drammaticamente bassa (57,1 in Italia contro 72,3 della media europea) e che le donne restano impiegate in quelle professioni ritenute tipicamente femminili (ad es. insegnamento, lavori di cura ecc.). Nel dominio “denaro”, ovvero il potere economico di uomini e donne in termini di guadagno, l’Italia presenta un valore simile alla media europea (68 contro il 67,8 dell’UE). Ciò significa che nel nostro Paese, come nel resto dell’UE, il divario salariale tra donne e uomini è ancora ampio e che la povertà colpisce poco di più le donne rispetto agli uomini. Nel dominio “conoscenza” i valori italiani si discostano parecchio dalla media europea: le donne italiane hanno in media titoli di studio più bassi (attainment) conseguiti per lo più in quelle discipline considerate comunemente femminili (segregation). Anche nel dominio “potere” l’Italia si posiziona al di sotto della media europea, già di per sé bassa: le donne rivestono pochi ruoli di potere sia in ambito politico (29,6 contro 49,8) che economico, ovvero nei consigli d’amministrazione o nella direzione di grandi gruppi industriali o finanziari (16,1 contro 31,7). Per quel che riguarda la gestione del tempo, ovvero la divisione della giornata tra lavoro e vita privata, è interessante notare che in media nell’UE l’indice è basso (37,6) e che in Italia è ancor più basso (32,4). Non solo. Poiché nella composizione dell’indice il tempo privato è distinto in attività di cura e attività sociali, notiamo che in Italia il tempo dedicato al lavoro di cura ha un valore abbastanza vicino alla media europea (40,4 contro 42,8), ma la partecipazione alle attività sociali e di svago scende a livelli visibilmente più bassi delle già esigue percentuali europee (26 in Italia e 33 nell’UE). Ciò significa che la divisione del lavoro non retribuito tra donne e uomini nella sfera privata è ancora poco equilibrata in tutta l’UE, costituendo il principale ostacolo al raggiungimento di una reale parità di genere. Il dominio della salute è l’unico in cui apparentemente si registrano risultati più soddisfacenti, 89,5 in Italia e 90 nell’UE, ma considerando che la sfera della salute riproduttiva e della maternità non sono incluse nell’indice, non possiamo ritenerci davvero soddisfatte.

Al di là di tanti numeri e dati, è bene notare che, mai come oggi, disponiamo di tanti strumenti, linee-guida, indicatori e raccomandazioni che, se adeguatamente applicati, ci consentirebbero di crescere, ad ogni livello – sociale, economico, culturale – e di migliorare non solo la condizione delle donne ma di tutta la collettività. Da diversi anni Pangea sta usando molti di questi strumenti internazionali (in particolare la CEDAW, la Convenzione di Istanbul e la Piattaforma di Pechino) non solo per proteggere ma anche per promuovere i diritti delle donne. Come dimostrano i dati, avere una buona legislazione è importante ma non basta. C’è ancora molto da fare. E la conoscenza e la consapevolezza sono sicuramente due strumenti fondamentali per il nostro cammino. Perciò attrezziamoci e andiamo avanti!

Claudia Signoretti
Coordinatrice Programma Afghanistan e Programma India di Fondazione Pangea Onlus