Pangea

Il riscatto delle donne afghane: il Parco Band - e - Amir

Punto di vista > Afghanistan

aprile 2016

L’Afghanistan è un Paese contraddittorio e sorprendente; se da una parte l’azione politica e di sicurezza del governo sembrano ancora non in grado di eliminare i numerosi gruppi terroristici che attanagliano il Paese in un clima di violenza e che sono tra le maggiori cause di una sua mancata ripersa economica, dall’altra la popolazione cerca il riscatto e una via di uscita a tale situazione sfidando, senza paura, vecchi tabù. Nel 2009, nella provincia di Baymian (Afghanistan del nord), è stato inaugurato il primo Parco Nazionale del Paese chiamato Band – e – Amir. Questa splendida area naturale, costellata di laghi e picchi montani molto suggestivi, è situata sull’altopiano Hazarajat tra le montagne dell’Hindu Kush e si estende per circa 570 km quadrati. Questa vasta riserva che rappresenta un importante introito economico per tutta la provincia, viene vigilata da 4 rangers che, oltre a controllare l’intera area, hanno anche il compito di assistere i turisti e di insegnare ai bambini l’importanza della conservazione e della protezione della fauna e flora locale.

La notizia di per sé non desterebbe nessun scalpore se non fosse per il fatto che i guardiani in questione sono 4 donne: Fatima, Kubra, Nikbakht e Sediqa le quali vigilano con cura e coraggio questa zona tristemente famosa anche per le statue dei due Bhudda distrutte dai Talebani nel 2003.

In un Paese in cui secondo i dati delle Nazioni Unite solo il 16% delle donne lavora, il cui tasso di povertà si aggira intorno al 36% e i gruppi di insorgenti continuano a minacciare la sicurezza e la vita della popolazione, la scelta di ingaggiare 4 donne rangers è una sfida importante poiché rappresenta un punto di rottura con il passato infrangendo lo stereotipo della afghane costretta a vivere, o per meglio dire sopravvivere, tra le proprie mura domestiche e sotto il rigido controllo dei membri di sesso maschile della famiglia. Ad oggi l’investimento sul lavoro femminile in Afghanistan è ancora molto basso e nonostante episodi come questi che sono un chiaro esempio di un’apertura sociale verso le donne, è ancora molto difficile per loro riuscire a trovare un posto di lavoro non solo per le resistenze familiari, ma soprattutto per la presenza dei talebani che non hanno mai smesso di intimidire l’intera popolazione femminile, attraverso minacce e attentati, impedendo loro di uscire dal silenzio e dalle difficili condizioni in cui sono costrette a vivere. Ma la vicenda di Ban - e - Mir fa in ogni caso ben sperare in un futuro e decisivo cambiamento culturale che permetterebbe non solo alle donne di trasformarsi in parte attiva della società e in una reale forza trainante per il rilancio dell’economia del Paese, ma anche di diventare un sostegno per le famiglie, visto che molte di loro, in decenni di guerra, hanno perso mariti, padri e fratelli e che, interi nuclei familiari dipendono, di fatto, dagli introiti provenienti dal lavoro femminile.

Fatima, Kubra, Nikbakht e Sediqa sebbene siano ancora un’eccezione in un Paese in cui i diritti delle donne sono sovente negati e schiacciati da una cultura che non lascia loro spazi di libertà, allo stesso tempo rappresentano un simbolo di emancipazione ed un grande esempio di coraggio per tutte quelle donne che affrontano quotidianamente tante privazioni ma che, nonostante difficoltà e violenza, lottano, senza suscitare nessun clamore mediatico, per infrangere, anche a rischio della propria vita, tabù e odiosi stereotipi e conquistarsi quella dignità e quel rispetto sociale che non hanno mai conosciuto.

La medesima situazione, in una diversa scala, in cui si trovano le centinaia di donne che in questi anni hanno potutto usufruire dei Progetto Jamila di Pangea a Kabul, attraverso il quale hanno appreso i loro diritti e una professione che, grazie al microcredito, hanno potuto avviare. Un passo decisivo verso il protagonismo della propria vita e di quello della propria famiglia.

Barbara Gallo
Collaboratrice su tematiche afghane di Fondazione Pangea Onlus