E’ l’odore della speranza che accompagna questo mio ultimo giorno di viaggio. E’ l’odore della speranza per una Vita nuova che accompagna Suraia, Maila, Marina, Dijan, Shukria, Hamida e Safia, che proprio oggi restituiscono l’ultima tranche del credito. Per loro oggi è un giorno speciale perchè, oltre ad aver terminato la restituzione, riceveranno i soldi risparmiati durante quest’anno. Infatti, il progetto prevede che metà del tasso di interesse si tramuti in risparmio. Un accantonamento di denaro che da’ loro la possibilità di imparare a risparmiare e a essere previdenti. E’ una grande festa! Le Donne sono contente, si applaudono le une con le altre. Sorrisi, commozione, emozione, hanno vinto la loro scommessa. Io in mezzo a loro sono testimone silenzioso in un angolo ed ho le lacrime agli occhi per tanta felicità.
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La restituzione dell'ultima tranche del prestito.
Alla fine tutte mi guardano. Io, un po’ imbarazzato per la mia invadente presenza maschile in un mondo di donne che non possono avere relazione alcuna con gli uomini in pubblico, rimango stupito nel vedere che i loro burqua rimangono alzati.
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«Quando una bambina nasce, in Afghanistan, da subito le dicono: “povera ragazza”». L’amara considerazione è di Fauzia Kofi, 32 anni, vice presidente del Parlamento afghano: «Da subito ci fanno capire che non abbiamo scampo per il resto della vita, per noi ci sarà solo compassione».
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Fauzia Kofi, vicepresidente del Parlamento afghano.
Fauzia è figlia di un uomo politico del Badakashan, ucciso dai mujahiddin quando lei aveva solo 4 anni. Sua madre ha lottato con la famiglia e la società in cui viveva per mandarla a scuola. Quando era adolescente le hanno ucciso anche il fratello e così la madre, lottando contro la famiglia e la società in cui viveva, ha deciso di mandarla negli Usa a laurearsi.
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Provare un profondo senso di ingiustizia in un teatro di guerra è molto facile, soprattutto se lo spettacolo è in scena da almeno quarant’anni. E il palcoscenico è ormai poco più di un cumulo di macerie, polvere e immondizia. Chi osserva da un punto privilegiato, come il nostro, si può anche indignare visceralmente, ma una volta ritornato alla sua vita, e questo è inevitabile, dimentica. Dimentica perché il tempo cancella ogni traccia tangibile, lasciando unicamente un ricordo che va a confondersi con mille altri.
Chi invece non dimentica, anche se lo desidera ogni sera, è Kadrìa.
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E’ l’odore dei bimbi che è uguale in tutto il mondo. E’ il suono della loro voce che è uguale in tutto il mondo. E’ questo che oggi accompagna il mio viaggio. E’ l’emozione dell’incontro di queste piccole anime che ti crea la domanda: cosa ho fatto per meritarmi di nascere in un posto dove ho potuto essere nutrito, accudito, educato, cresciuto in un contesto di sicurezza per il futuro? Qui trovo Bambini che crescono troppo velocemente, bambini e bambine troppo spesso abusati, troppo spesso venduti.
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Ricordo anni fa, qui in Afghanistan, autobus bloccati alla frontiera iraniana carichi di piccoli sguardi impauriti che stavano per essere immessi sul mercato degli esseri umani. Sembra fantascienza o un orribile film dell’orrore, ma centinaia di bambini diventano “pezzi di ricambio”, fornitori di organi per ricchi compratori occidentali. Altri venduti al mercato del sesso per sporchi giochi di adulti.
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Secondo una commissione delle Nazioni Unite, un milione e mezzo di voti afghani sono invalidi, e così il presidente Karzai passa dal 55 per cento delle preferenze al 48. E il suo avversario, l’ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah, dal 28 al 32 per cento. Si dovrebbe andare al ballottaggio, ma Karzai non ne ha nessuna intenzione.
Nel frattempo Deljò, una donna di 45 anni, da sei mesi piange uno dei suoi sette figli, Sultàn. Sultàn aveva 22 anni e, grazie ai soldi che la madre aveva ottenuto dal microcredito della Onlus italiana Pangea, aveva aperto un negozio di frutta e verdura. Sultàn il 20 marzo scorso stava andando a comprare la frutta all’ingrosso per il suo negozietto, ma, per sua immensa sfortuna, l’ortomercato di Kabul si trova vicino all’ambasciata tedesca.
Quella mattina i talebani avevano deciso di far scoppiare una bomba proprio contro la Germania.
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Il mio viaggio oggi è accompagnato dall’odore della pelle fatto di legna che brucia, di brace che si consuma. Di tela impolverata, di Vita dura. Laila ha un viso sereno solcato dalla vita. Ha 38 anni, il marito la picchia e lei – mentre lo dice – diventa seria, ma non piange. Il suo sorriso per un attimo si spegne ma immediatamente ritorna per raccontarci la sua storia. E’ stata una delle primissime beneficiarie del progetto di Pangea.
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Al centro Laila.
Ricordo ancora la sua casa nel 2003 quando la visitammo. Una piccola stanza di fango con la plastica alle finestre. Il vento gelido di Kabul è implacabile e i vetri sono un lusso.
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Ci sono luoghi dove si muore perché la spesa per un’aspirina non vale l’investimento. Ci sono luoghi dove la fogna è una ferita a cielo aperto, un serpente mortale. Ci sono luoghi dove polvere e fango sono aria che si respira, abiti e case. Ci sono luoghi dove la vita di dieci persone vale un dollaro al giorno. Quando va bene. Ci sono luoghi dove da quarant’anni piovono missili, prepotenza e lacrime. Ci sono luoghi che hanno ricevuto in 10 anni qualche miliardo di dollari in beneficenza, ma dove mancano ancora strade e ospedali.
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Kabul, Distretto 1
Ci sono luoghi che non hanno pace e libertà, come il Distretto 1 di Kabul, arrampicato su una collina per scappare dalla follia umana della città, dai grigi ministeri, dalle inutili ambasciate, dagli incoerenti uffici di cooperazione, dai diabolici colletti bianchi della guerra. Ma ci sono anche luoghi dove una piccola fondazione italiana come Pangea porta luce e speranza a molte famiglie. Il problema, purtroppo, è che ci sono troppe Kabul, e poche Pangea.
Andrea Amato
Odore di cannella e uva passa, ne è pregna l’aria che si respira nelle vecchie vie del mercato di Kabul. L’odore ci accompagna fino al Centro Donna di Pangea dove si tengono i corsi di igiene e santità, basati sopratutto sui problemi ginecologici.
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Centro Donna Pangea
L’odore dolce dell’aria si accompagna bene ai visi dolci delle giovani donne rese adulte dalle tante gravidanze. Ragazze che sono divenute prematuramente donne, vendute dalle famiglie all’età di 13-14 anni, destinate a essere merce perché si possano combinare affari. Ragazze che da noi vivono spensierate, ma che qui all’età di 14-15 anni si sposano a uomini di 40-50anni e subito hanno bimbi. Uno all’anno, fino a che la salute le sostiene. Read more »
Sheimò ha un tornio per la ceramica nel giardino di casa, Merogul ha aperto al figlio un’officina di riparazioni biciclette, Nurìa ha comprato casa e in una delle due stanze aiuta il marito calzolaio, Mariam, invece, cuce abiti mentre tiene a bada i suoi sette figli. Donne che lavorano, donne imprenditrici e mamme. Donne con il burqa, donne di Kabul, donne che si sono emancipate con il lavoro. Hanno studiato, hanno imparato una professione, hanno appreso regole igieniche base, hanno scoperto che anche loro dovrebbero godere di diritti umani inviolabili, hanno imparato a fare i conti e a gestire il proprio denaro.
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Sheimò, Merogul, Nurìa e Mariam, come altre 2500 donne, hanno realizzato tutto questo grazie al progetto di microcredito femminile della Onlus Pangea, che dal 2003 opera in Afghanistan. Perché la libertà, la dignità, il rispetto e la pace, si raggiungono attraverso l’emancipazione economica, la cultura e l’istruzione. E non solo con missioni di pace a bordo di carrarmati.
Andrea Amato
Questa sera è l’odore del fango che, colorato da un ghiacciolo arancione tenuto in mano da una bimba, colpisce i miei sensi. E’ il colore della vita che a dispetto di tutto e di tutti rinasce sempre. In tanti mi chiedono cosa significhi fare microcredito, in tanti mi guardano cercando di capire. La risposta è semplice e sempre la stessa: creare un progetto di vita e portarlo a compimento.

L'erogazione dei microcrediti
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Andrea Amato, giornalista di Radio 101, è a Kabul in visita al progetto Jamila insieme al nostro Presidente Luca Lo Presti. Sul nostro blog ospitiamo le sue testimonianze e impressioni, che potrete leggere anche nello spazio dedicato a Jamila online sul sito di Radio 101, insieme agli streaming dei collegamenti quotidiani telefonici da Kabul.
Qui a Kabul manca poco meno di un mese all’ottavo anniversario della cacciata dei Talebani, ma mentre nel vicino Pakistan i terroristi riaprono il fronte degli attentati, il neo premio Nobel per la pace Barack Obama annuncia l’invio di altri 15mila marines.
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Nella sera che arriva è l’odore del vento delle montagne che si rende protagonista. La mente ne è ingorda, lo vuole ricordare. Odore di polvere nel vento di Kabul. Odore di spezie e di pollo fritto. Gli aquiloni volano alti, i bimbi quasi non si vedono nella polvere e nel tramonto, ma si sentono le risa. Immagini fioche in questa nebbia impalpabile che rende ogni cosa surreale. Il colore della terrà è identico al colore delle persone. I fuochi sembrano fiori che nascono dal nulla. Gli aquiloni nel blu del cielo illuminato dagli ultimi raggi di sole sono come sgargianti farfalle.
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Curioso, volo per Kabul senza neppure un afghano a bordo, solo occidentali di provenienza ignota. Forse inglesi? Americani? Tedeschi? Certo tutti strani personaggi, col fisico pompato e la barba incolta. Agenti di security private o intelligence? Trafficanti o agenti diplomatici? Forse qualche giornalista, certo è tutti sono col vuoto negli occhi. Viaggiando per il mondo ho incontrato magnifici sognatori, uomini e donne che credono nella testardaggine dei sogni, io, a modo mio, faccio lo stesso.
Sorvolo ora l’Afghanistan, lo vedo, brullo, terra arsa dal sole e spaccata dal gelo, un’infinità di montagne aguzze, taglienti e aride dove vivere è una scommessa quotidiana. Terra di uomini duri che non sanno che il mondo è più grande del loro villaggio.
Sorvolo l’Afghanistan e non vedo l’ora di riabbracciare Razia, Naheed e le altre donne che si occupano del progetto Jamila di Fondazione Pangea, del quale vado, andiamo tutti orgogliosi. In aereo l’odore di cibo speziato mi porta laggiù, non vedo più lo sguardo vuoto dei miei compagni di volo e sorrido pensando allo sguardo ricco di Sogni delle persone che mi attendono.
Quante volte ho annusato il mio bambino e quando sono lontano da lui ho cercato quel profumo per poter rivivere il momento di un tenero abbraccio.
Quante volte sentendo il profumo della primavera ho rivissuto un’emozione, ritrovato un ricordo.
Oggi, alla vigilia della mia partenza per l’Afghanistan, fissata per il 14 ottobre cerco tutto questo dentro di me. L’odore della mattina nelle strade dove uomini avvolti nelle loro grandi e ruvide coperte camminano nella fioca nebbia. L’odore acre dei mercati dove il sangue degli animali crea rigoli rossi. L’odore del cardamomo nel tè, forte, intenso come lo sguardo delle persone che lo offrono. Quel tè caldo sempre offerto durante gli incontri tra Donne ai centri di Pangea. Sorseggiato piano, preziosamente accolto diventa convivio e legame. Sempre accompagnato da biscotti “possi” che al gusto risultano fragranti, perchè buono è il momento. Un momento che rivive in un odore, un profumo di umanità intenso e unico.
Cerco tutto questo e lo trovo, perchè incredibilmente dentro ognuno di noi l’odore delle cose importanti, delle emozioni forti viene conservato in una sorta di banca dell’olfatto che ci riporta la dove vogliamo andare.

Non è un’atto eroico, non è una inutile dimostrazione di coraggio partire oggi per l’Afghanistan è la necessaria dimostrazione di fiducia e di vicinanza che dobbiamo a chi di noi opera laggiù da anni ed è la voglia di essere vicini a quelle Donne che in Pangea credono e trovano l’insperato aiuto che permette loro di tornare ad esistere. Oggi più che mai dobbiamo essere con loro e, con loro capire come continuare, anzi, aumentare l’aiuto che in questi anni col progetto Jamila stiamo dando a tante, tantissime Donne e ai loro figli.
Un progetto che diventa forma concreta e manifesta di presa di coscenza e consapevolezza.
Un progetto per cambiare il futuro del Paese che passa attraverso l’esempio di Donne coraggiose che desiderano dimostrare ai loro mariti e figli che insieme si può ricominciare.
Sento l’odore dell’Afghanistan e attraverso le poche righe che manderò ogni giorno e che potrete trovare in questo spazio vorrei farlo arrivare anche a voi. Profumo di pistacchi, profumo di melanzane alla parmigiana con yogurt cagliato, il profumo del pane che odora di Vita. Vita che vuole Essere malgrado tutto.
Leggere col naso non è facile ma provateci. Se ci riuscirete, non dimenticherete mai più questo viaggio.
Se andate alla pagina Scrivi a Jamila, potete lasciate un messaggio, un saluto, un pensiero per Jamila e per tutte le donne del progetto. Porterò loro i vostri messaggi, il vostro calore e affetto e sono certo che sarà per tutte loro un grande conforto e una grande gioia.
Arrivederci a presto da Kabul.
Luca