Nei centri donna di Jhapa tra le beneficiarie del progetto

In Nepal, da ormai un anno, il tavolo delle trattative per la reintegrazione dei combattenti maoisti nelle fila delle milizie del Paese e il risarcimento delle vittime sono bloccati. Malgrado la facilitazione della missione ONU per favorire il processo e il dialogo per la pace, non si riesce a trovare un accordo tra le parti politiche. Ciò si traduce in frequenti scioperi, ovvero nel blocco delle attività commerciali e dei trasporti per la popolazione, o in violenti scontri e manifestazioni tra sostenitori dei differenti partiti. La missione ONU ha traghettato maoisti e governo verso la pace e le libere elezioni avvenute nel 2006. Vinsero i maoisti, deponendo definitivamente il re, rimpiazzato con una debole democrazia. L’ONU doveva terminare il suo mandato a dicembre ma lo ha prolungato sino a maggio, per cercare di mediare le ennesime tensioni e definire un accordo tra i partiti. Lo stallo politico si ripercuote sull’economia, sul quieto vivere e sulla sicurezza della popolazione.
In questo panorama di incertezza arriviamo per un viaggio di monitoraggio a Jhapa, ultimo distretto nel sud est del Nepal. Un angolo di mondo quasi dimenticato, la pianura del Terai estesa a perdita d’occhio, dove le coltivazioni di riso per la sussistenza giornaliera si alternano ai campi di tè, che si allungano fi no alla più famosa regione indiana del Darjeeling. Esserci rappresenta una vera scommessa, qui si fa la differenza per migliaia di donne, per garantire i loro diritti e promuoverne l’emancipazione, in un Paese in cui la punizione per aver violentato una donna è minore di quella inflitta per aver ferito una mucca.
Sono due i centri donna che Pangea sostiene in questa area di confi ne, da ormai quasi cinque anni nell’ambito del progetto Sharma, con ottimi risultati.
Il primo centro che incontriamo è gestito da una signora di mezza età, il suo viso alterna il sorriso alla serietà e alla tristezza. Dall’inizio del progetto l’ho soprannominata la “matrona”, perché avanza con fare sicuro e fi ero anche se malandato a causa dell’età. E’ molto rispettata nel villaggio per il lavoro che fa col centro donna e per l’enorme supporto che garantisce a tutte, indistintamente dalla casta di appartenenza, quando si presentano a chiedere aiuto al centro o a casa sua a qualsiasi ora del giorno. Si è battuta con le autorità del distretto per far portare l’elettricità nei villaggi limitrofi e va a parlare alla polizia per denunciare i casi di violenza insieme alle vittime. E’ lei che ha aiutato le famiglie maltrattate dalle comunità nel periodo della guerra civile, quando i figli erano nascosti nella foresta in quanto guerriglieri maoisti o erano partiti nelle diverse regioni a combattere per il re contro i maoisti. È lei infi ne che ha richiesto a Pangea un asilo e lo sta fi nendo di costruire insieme alle donne del centro, per istruire i bambini delle madri più povere e bisognose, costrette a lavorare tutto il giorno senza sapere dove lasciare i fi gli, e quindi costrette a portarseli sin da neonati sotto il sole nei campi di riso, o a legarli con una corda a un mobile della casa perché non scappino, lasciandoli soli fino
al loro ritorno.
Inoltrandoci ancora più verso il confi ne vi è un altro centro donna. Ci accoglie una giovane sulla trentina, dinamica e sorridente, non è ancora sposata e difficilmente troverà qualcuno che accetti di stare con una persona emancipata in questo angolo di mondo. Con lei ci sono le altre responsabili del centro, Tara e Devi. Le ha formate e ha delegato loro il lavoro di gestione delle attività, continuando ad affiancarle e supervisionando il lavoro. Entrambe sono vittime di violenza, con figli, abbandonate dai mariti. Quello che fanno al centro donna è il senso della loro vita e la risposta a quello di molte altre donne.
Entrambi i centri ci fanno incontrare alcune vittime di violenza che stanno ricevendo consulenza o l’hanno ricevuta in passato. È veramente impressionante sentire l’efferatezza gratuita degli abusi che commettono gli uomini sulle donne anche qui, in Nepal, la lesione della dignità umana, la difficoltà nel chiedere giustizia, la solidarietà e l’accoglienza femminile che viene garantita nel centro per permettere di rinascere.
Si va poi a incontrare le benefi ciarie del microcredito. È commovente rivedere alcune delle donne che nel 2006 avevano appena avviato delle piccolissime attività con il microcredito e oggi hanno aperto ristoranti, o costruito case con i risparmi delle loro attività. Vi sono quattro nuovi negozi di sartoria aperti da sette donne che dopo il corso di formazione hanno dato vita alla loro microimpresa! Queste ex beneficiarie ora sono le regine della casa, spesso i mariti lavorano con loro, le trattano meglio: “Certo si può ancora migliorare! Siamo tutte vittime di violenza, ma abbiamo dimostrato quanto valiamo e siamo sulla buona strada, ci rispettano di più! Ora devono capire che il rispetto è la normalità dovuta e che è un nostro diritto”.