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  • QuattroOttoCinqueOttoQuattro

    Parliamone ora.
    Pangea ha posto al centro del proprio essere la condivisione, il dialogo, il rapporto diretto con le persone, fra le persone; per creare una relazione forte fra chi vive qui in Italia e chi, là, sta subendo un disagio profondo.
    Alcuni hanno approfittato di questo disagio, altri lo hanno taciuto o lo hanno reso spettacolo, sperpero, falsificandolo. Pangea, come pochi, si è rimboccata le maniche e insieme alle donne del mondo ha costruito nuovi sentieri di sviluppo concreto, ha creato progetti, corsi, microcrediti, storie, filmati, libri, articoli, reportage, calendari, messaggi, parole parlate e scritte (come questo blog); abbiamo partecipato a innumerevoli incontri, manifestazioni, conferenze e ci siamo fermati per strada, in tram, in treno a parlare con la gente, perché capissero, perché avessero la possibilità, tramite Pangea, di accendere un contatto diretto con le donne del mondo, così lontane, apparentemente, eppure così vicine nei sorrisi, nelle speranze, negli obiettivi, nella vita. Perché Pangea è i progetti che coordina, Pangea è le beneficiarie, Pangea è i risultati che le donne del mondo hanno raggiunto, grazie ai progetti. Uno dei mezzi che permette di far girare questo cerchio vivo e vitale è, naturalmente, la raccolta fondi. Potete ben capire come sia per Pangea difficile e artificioso accedere a finanziamenti pubblici, istituzionali, politici e comunitari e come sia più importante che i soldi, che permettono di far partire i progetti, di ampliarli, di diversificarli, vengano dalle persone, da chi condivide, da chi ha capito e vuole partecipare. Anche la raccolta fondi di Pangea avviene “da persona a persona”, intendendo come “persona”, donne, uomini, famiglie, comunità, gruppi, aziende dove le persone lavorano, anche chi lavora nelle istituzioni, ma a partire dalla persona, non dall’istituzione… Il 25 novembre, nella sua simbolica eco, oltre la denuncia, la riflessione, il superamento, è un’occasione per consolidare e garantire, con una donazione.
    48584: questo numero rimarrà verde di rabbia per tutte le schifezze contro la donna che vengono quotidianamente perpetrate in tutto il mondo, anche il nostro, ma potrà diventare verde di speranza, di una nuova speranza solo se, tu che leggi, lo utilizzi per una donazione.
    È vero… è importante parlarne, ma è altrettanto importante agire, costruire, cambiare concretamente il mondo. E, visti i tempi, lo possiamo fare solo noi, persone, insieme: 48584, la vita di una donna rinasce da qui.

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    ADDA PASSÀ ‘A NUTTATA!

    … ma questa notte non passa mai. Ci siamo ritrovati in questa oscurità boreale, formata da infinite crepe, quando ci siamo accorti che il mondo, il mondo che non conosciamo, il mondo raccontato, sceneggiato…, è una continua, sconfortante rilettura, una coazione a ripetere, un’eco che rimbalza sui cuori delle persone e li colpisce. Ripetutamente. “7 morti, fra cui un ragazzino di 15 anni, e 75 feriti (…) è il bilancio dei duri scontri a colpi di pistola, lanciarazzi e granata, oggi a Gaza” non citeremo fonti e date di questi stralci di vita e di morte, perché l’intermittenza è tale, da situarle al di fuori della cronaca e dentro la Passione di questi ultimi decenni, senza sosta. “In Uganda sono 1.500 i bambini e le donne rapite (…) oltre 35.000 bambini rapiti in 20 anni di guerra civile” e ancora “7 morti, fra cui un ragazzino di 15 anni, e 75 feriti (…) è il bilancio dei duri scontri a colpi di pistola, lanciarazzi e granata, oggi a Gaza”“nel mondo ci sono 640 milioni di armi leggere e uccidono 300.000 persone ogni anno” e ancora “in India, Bangladesh e Nepal i monsoni hanno provocato 1.400 morti, 26 milioni di persone sono rimaste senza un tetto, intere zone inondate” e ancora, ancora, ancora “migliaia di persone scomparse in Cecenia, vittime degli agenti del governo o delle forze federali o delle forze di sicurezza subordinate alle autorità russe. Le autorità russe negano ogni responsabilità”, “continua l’emergenza nel nord Kivu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo a causa delle tensioni e del radunarsi di gruppi armati”, “denuncia delle violazione dei diritti umani in Cina”, “il 91% delle pene capitali eseguite nel mondo si concentra in pochi Paesi: Cina, Iran, Iraq, Sudan, Pakistan e Usa”. Dischi rotti che ripetono sempre lo stesso ritornello, ogni giorno, ogni anno, ogni decennio. La detenzione in un ospedale psichiatrico come arma per spaventare e annichilire il dissenso, per farlo impazzire. È successo, succede ancora. A Larisa Arap, pochi mesi fa. Per aver denunciato gli abusi e le schifezze che accadevano in un ospedale psichiatrico, il potere russo l’ha rinchiusa come malata mentale nella stessa struttura, per un mese e mezzo. A Bui Thi Kim Thanh, internato dal novembre 2006 per aver aiutato i contadini vittime di ingiustizie a difendere i loro diritti. Continua a succedere ripetutamente e in questo perpetuarsi si oscura, scompare dalle nostre menti, si mimetizza come una tappezzeria o un soprammobile impolverato. L’abitudine all’abitudine uccide, lo smettere di coinvolgersi, di denunciare “perché tanto continua a succedere”, uccide. Uccide prima noi, poi gli altri.
    È strano ed inquietante pensare che in questo nostro mondo – il migliore possibile! – nel “globalismo” di maniera e nella globalizzazione di fatto, dove tutto corre, cambia, si velocizza, si capovolge, innova, rinnova a ritmo forsennato, mode, tendenze, stili, riferimenti, web, mail, convergenza delle tecnologie… è strano che ancora rimangano, sempre uguali a sé stessi, questi macigni irrisolti che non rotolano, queste nenie che ci danno la Buona Notte, ogni notte, cancellando il mattino, ridisegnando il mondo nell’oscurità.
    Perché tutto cambia a parte questo? “emergenza umanitaria in Darfur… 38 morti e 120 dispersi a causa del ciclone Felix a nord del Nicaragua… a causa della violenza intensificatasi in Afghanistan, nel sud del Paese fino a 300 scuole rimarranno chiuse… nel mondo, sono circa due milioni i bambini sottoposti a sfruttamento sessuale” sine die, sine die …

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    E non ci indurre in tentazione…

    “Nasce il sito dedicato al turismo sessuale. Locali, bordelli, percorsi del sesso dentro e fuori l’europa… ogni anno thailandia, cuba, kenya… ma anche olanda e repubblica ceca, accolgono milioni di turisti interessati ai ‘percorsi esotici del sesso’…clicca qui per vedere il blog”

    Poco prima dell’estate, ma lo diciamo solo dopo per non indurvi in tentazioni,… è apparso nel web un sito di simpatici buontemponi che insegna come e dove “cuccare” nel mondo. Con poche dracme, rubli, bath, birr, scellini, bolivar, corone, rupie, pesos si può per una notte, per due, o per tutta la vacanza, sentirsi non i soliti beoti di sempre, ma degli splendenti latin lover, ricchi di fascino e di prestanza. Sicuri di aver conquistato in qualche peep show, bordello, nightclub o semplicemente per strada (pensiamo siano segnalate nel suddetto blog) una ragazza rapita dal profumo di mandrillo emanato. Profumo… in realtà più che profumo sentiamo puzza, una puzza immonda che non ci permette di sorridere e dare un buffetto ai goliardici ragazzoni del sito e ai milioni che li hanno preceduti e che li seguiranno, guida alla mano, in queste disgraziate vie del mondo. Lungi da noi la volontà di pórci in veste svolazzante, da fustigatori dei costumi, siamo figli infedeli delle tante rivoluzioni del secolo scorso, ricordiamo con fervore “le linee teoriche” del “neocristianesimo a sfondo disattivista e copulatorio” del Bianciardi (La vita agra), insomma confessiamo di aver vissuto e di vivere ancora inebriati nel corpo e nella mente dall’amore spirituale e fisico, ma questa puzza…
    Questa puzza non ci permette di restare muti di fronte alle mandrie maleodoranti di turisti del sesso che attraversano l’Europa e i continenti, forse stufi della prostituzione locale (che come sappiamo li raggiunge soprattutto dall’Africa e dall’Est europeo, per garantirgli una certa comodità quando cacciano vicino casa), forse in cerca di maggiore libertà d’azione: in alcuni Paesi la pedofilia è, de facto, permessa.
    Dall’altra parte, di fronte a questa arroganza, a questo “make it rain” di monete pregiate, gettate come una pioggia sfavillante fra le gambe delle spogliarelliste, al sesso imposto e rapinato, ci sono donne sole. Donne, ragazze, bambine, spesso bambine vestite e truccate e scaltre come donne, che devono sopravvivere, subendo moralmente e fisicamente quei corpi che le soffocano. Corpi morti e molli, come le menti morte e molli che li comandano, turisti del sesso che abbruttiscono questo pianeta e costringono innumerevoli donne allo stupro consenziente della disperazione e della fame.
    A Malindi, ad esempio, li abbiamo visti scorazzare fra i tavolini di orribili bar finto esotico, come camaleonti dalle lunghe lingue, capaci di acchiappare mosche/ragazze con un solo sguardo; era triste osservare la trasformazione dello sguardo delle mosche/ragazze: civettuolo e sorridente mentre guardavano i camaleonti, diventava assente e scuro, appena queste caricature d’uomo si distraevano in un beverone o con qualche compagno di merende. Mentre le chiaviche si infervoravano in qualche stupida discussione, le ragazze rimanevano ferme, immobili, anche per lungo tempo, statue lontane, irriconoscibili nella loro antica fissità, per poi rianimarsi al ritorno del giovane, del maturo o del vecchio turista del sesso, pronto a riaccoglierle fra le proprie rapaci membra. Più a sud, una ricca e intraprendente signora tedesca teneva praticamente “al guinzaglio” un ragazzo Masai, lontano dal suo orgoglio e vicino a un ridicolo tipicamente occidentale. In Romania, a Bucarest avevamo notizia di un luogo chiamato “supermarket” per ragioni che vi lasciamo tristemente immaginare. Una signora Devadasi a Bangalore, nel centro dell’India, ci diceva con grande trasporto e convinzione “altro che tradizioni, religioni, consuetudini… è la povertà, la mancanza di lavoro, la disperazione… altrimenti, col cavolo che diventavamo Devadasi!”. Permetteteci la libera traduzione. Come dare speranza a una storia che non ha fine e forse non ha inizio, come opporsi a questa ciurmaglia vagabonda di farabutti senza volto, ma con infiniti nomi e cognomi. Si può cominciare cercando di dare a queste donne un altro destino, cercando di spiegare loro che esiste un destino diverso e insieme, costruirlo. Come fa Pangea.

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    Volver

    Fortunatamente il Caso (ebbrezza della vita) è sempre pronto a illuminarci, a spingerci avanti o a rianimare le ferite passate in nuovi Calvari. Scorrazzavo impertinente per il mondo con Google Earth, l’inquietante / meraviglioso programma che permette di zoommare sulla propria casa e riconoscerla o sorvolare a qualche decina di metri, Kabul, Kolkata, cercando le vie dove si è passati, fra il ricordo e il desiderio di tornare. Cercai di “zoommare” in Cecenia e arrivato nella regione di Grozny… su Grozny e dintorni vi era (c’è!) una grande “nuvola” bianca. Il resto del mondo godeva una limpidezza totale, si potevano inquadrare vie, case e macerie perfino a Bagdad. Solo lì. Solo le bambine violentate brutalizzate dai militari russi e poi uccise dai familiari, perché violentate. Solo le macerie, il sangue, la sofferenza e la violenza quotidiana di una città maledetta, reietta, scomparsa. Solo Grozny è stata oscurata o, per meglio dire, schiarita da questa nuvola bianca, un fantasma in mano a uno scellerato: Ramzan Kadyrov, da qualche mese primo ministro voluto da Putin, da qualche anno sanguinario e orgoglioso guerriero di torture, assassini, stragi, abusi di ogni genere e – si dice, sotto quella nuvola bianca – mandante dell’omicidio di Anna Politkovskaja.
    Volver… ritorna in queste Parole Anna e ci vergogniamo di non averne parlato ancora, di più, lasciandola seppellire sola, insieme alla “sua” città, sotto quella nuvola bianca, una volta ancora diafano segno di potenza della tecnica e di potenza del potere.
    Volver… verso le nuvole nere che sanno “di pesce marcio…di tutto ciò che si decompone, marcisce, va in putrefazione (…) aumento vertiginoso delle patologie da cancro (…) 80% delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale (Roberto Saviano – L’espresso).
    “Munasterio ‘e Santa Chiara… tengo ‘o core scuro scuro”
    Su Napoli, sulla provincia di Napoli, su Caserta e il Casertano vi è una nuvola nera che si ingrandisce e diventa Italia, diventa Europa.
    Senza colpevoli, solo complici.
    Le deiezioni consumistiche, industriali, post-industriali, modaiole, superflue di questo continente hanno trovato il loro punto di accumulo, comodo e criminale. Il fallimento totale e indiscutibile delle istituzioni lo ha permesso, favorito. Vigliacchi, stupidi, collusi. Stavano pensando ad altro o più semplicemente… non stavano pensando. La gente, nel frattempo, muore di rifiuti, di disperazione, di cancro, primattori di questo tanfo, esalazione di morte, figlio illegittimo e spettacolare di un fetore più grande di noi, grande come il mondo.
    Volver… torna agosto. Speriamo quindi in un sole vacanziero che ci abbronzi e ci sbronzi di Libertà! Di Banalità! Di Speranza! Di Amore Selvaggio! Di Orizzonti e di Cultura! Di Vita Vera, finalmente! Lasciamo a casa le nuvole e chi ci sta sotto, solo qualche cirro e qualche goccia di pioggia per Barbara Cicioni, che non era né giornalista, né impegnata, né altro, solo una donna, neanche nata a Kabul.

    Volver significa tornare; tornare alle origini, alle persone e ai luoghi che ci hanno generato.

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    L’uso della libertà

    L’uso della libertà, che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni.

    Sempre più spesso i fatti di cronaca -nera- vengono ricondotti al tema del multiculturalismo, tanto dalle destre che dalle sinistre. Alcuni per esaltare i progressi fatti verso una convivenza pacifica, altri per demonizzare i pericoli di tale “promiscuità”.
    La questione è, tuttavia, mal posta. Il multiculturalismo e la globalizzazione sono sempre stati la base del progresso scientifico, economico, sociale. La discriminante non è se il multiculturalismo sia giusto o sbagliato in sé, quanto piuttosto quale particolare forma di multiculturalismo venga adottata e propugnata in un Paese. La bontà di un sistema multiculturale non sta nel “lasciare in pace” le diverse comunità presenti all’interno di un determinato Paese. Questo atteggiamento, lungi dall’essere un modello di libertà e democrazia, altro non è se non un riproporsi del concetto di “scontro di civiltà” su un altro piano, più sottile e, di conseguenza, più insidioso (Noi siamo qui, nel nostro Paese, e siccome non possiamo tenere Voialtri fuori, vi lasciamo entrare, ma non ci curiamo di Voialtri, vi lasciamo lì, nel vostro quartiere, a scannarvi a vicenda). Un simile approccio non fa altro che limitare la percezione del pluralismo di identità che contraddistingue tutti gli individui, scadendo in un tetro e triste determinismo culturale. Un simile approccio costringe infatti un ipotetico figlio immigrati pakistani, nato e cresciuto in Italia, ad essere solo e unicamente un islamico, e a ignorare le sue altre identità e affiliazioni di italiano, di docente di economia, di gay e di ambientalista. Tale presupposto è alla base del fondamentalismo e, in ceri casi, del terrorismo, che si nutre di simili contrapposizioni nette e irrefutabili, basate su un solitarismo identitario che riduce le molteplici affiliazioni di un individuo alla sola affiliazione religiosa.
    Il valore di un multiculturalismo sano risiede nella possibilità -sempre all’interno di uno schema legislativo e normativo, e nel rispetto delle libertà altrui- di ogni singolo individuo di decidere in maniera libera e razionale quale delle sue tante identità debba avere, in un certo periodo, la priorità sulle altre: io posso essere al tempo stesso bianco e buddhista, gay, ambientalista e votare a destra. La questione, di conseguenza, verte sulle opportunità e le strutture messe a disposizione degli individui, affinché possano ottenere tutti gli strumenti intellettuali, conoscitivi e logici per poter operare questa scelta in maniera razionale e cosciente. Per poter operare questa scelta in maniera libera. Tali strumenti, oltre che dalla famiglia di origine, dovrebbero essere forniti, in primo luogo, dal sistema scolastico.

    La proliferazione di scuole confessionali o religiose, in questo senso, così come le associazioni territoriali, possono costituire un grandissimo ostacolo all’instaurazione di un multiculturalismo democratico. Anzi, il patrocinio statale a tali strutture può rivelarsi, sul lungo periodo, un arma a doppio taglio, i cui pericoli superano di gran lunga i benefici propagandistici della retorica libertaria e pseudodemocratica. Approvando implicitamente e sancendo tale approccio solitarista che tende a ridurre un individuo unicamente alla sua affiliazione religiosa, una simile strategia può finire col rafforzare indirettamente proprio la presa di quel fondamentalismo che si voleva indebolire.
    Una scelta libera e razionale presuppone la conoscenza di tutti i possibili modelli identitari propri di un individuo, siano essi religiosi, politici, professionali. E questo può essere garantito molto più da un sistema educativo statale e laico comune a tutti e di tutti inclusivo, nel rispetto delle diversità individuali, piuttosto che da una pletora di singoli istituti confessionali, ognuno teso alla preservazione della propria presunta identità originaria. La libertà delle singole comunità di autorganizzare le proprie strutture sociali e scolastiche limita o, addirittura, inficia la possibilità di autodeterminazione del singolo, perché tali strutture tendono naturalmente a imporre un’identità precostituita, in funzione di una conservazione dei propri valori tradizionali originari. La domanda è, quale valore ha un’identità calata dall’alto senza alcuna possibilità di scelta, o pure “scelta” sulla base di presupposti viziati o anche solo limitati?

    Ancora una volta l’alternativa non è un annichilimento della diversità culturale, un’omogeneizzazione artificiale e geneticamente modificata. Il valore della diversità culturale non è in discussione, ma tale diversità deve essere basata non già su una cieca e coatta perpetuazione di identità statiche e artificialmente omogenee e inconciliabili, basata su un’imposizione identitaria facilitata dall’ignoranza, quanto piuttosto su una scelta libera, razionale e non esclusiva di singoli individui a cui siano stati dati gli strumenti e le occasioni per operare tale scelta.
    Il valore della diversità non si basa sulla divisione fisica per parti omogenee, ma sulla convivenza e il reciproco arricchimento delle parti. Forse nell’immediato è la via più difficile, ma nel lungo periodo è l’unica strada percorribile. Invece di tante scuole confessionali, meglio una scuola pubblica comune a tutti e perciò apolitica e laica, al cui interno vengano forniti gli strumenti perché siano poi i singoli a scegliere della propria vita. La scelta della propria confessione religiosa, del proprio colore politico e così via, sono scelte private che le istituzioni –siano esse confessionali, politiche o sociali- non devono in alcun modo pilotare. Il loro compito è fornire gli strumenti e le opportunità perché sia garantita al singolo la libertà di tale scelta.

    Questo ci riporta alla cronaca. Hina, la ragazza di origini pakistane uccisa dai familiari perché considerata non ortodossa, troppo occidentale. Una cattiva musulmana. Anche ammettendo tale giudizio di merito, Hina poteva essere, al tempo stesso, una bravissima studentessa e una fidanzata dolcissima. Ma queste identità non avevano valore agli occhi della sua famiglia, perché l’ignoranza identitaria li ha portati a considerare l’affiliazione all’islam come l’unica identità importante o, peggio ancora, come l’unica identità in assoluto. E la stessa ignoranza li ha portati, per inciso, a postulare degli ipotetici valori di riferimento ben precisi per distinguere un buon musulmano da un cattivo musulmano, dimenticando, ad esempio, che tanto Aurangzeb che Akbar sono stati considerati “buoni musulmani”.
    Questa tragedia, in ogni caso, sembra aver messo tutti d’accordo, nel Belpaese. Le comunità musulmane, la sinistra, la destra, le femministe. Sembra. Perché in fondo ognuno sta cercando di dimostrare che sulla questione del multiculturalismo aveva ragione lui. Per alcuni è un male in sé, per altri invece un bene. Ma questa è solo retorica. Perché nessuno sembra aver ragionato sul problema che ha costituito il terreno di coltura di questa tragedia, concentrandosi volutamente solo sugli aspetti contingenti.
    Liberà e multiculturalismo. Hina voleva essere libera di scegliere che la sua identità di italiana fosse più importante di quella di appartenente alla comunità musulmana, senza per questo cessare di credere nell’islam. Non ne ha avuto la possibilità, perché la sua comunità si riteneva libera di giudicare secondo i suoi propri schemi chi dovesse essere Hina e come dovesse esserlo.
    Il problema non è tanto il multiculturalismo in sé, quanto la forma del multiculturalismo adottata. Brescia non è una città multiculturale perché ci sono moschee e scuole islamiche, o perché ci abitano tante famiglie Saleem. Brescia è multiculturale tanto quanto lo era Hina, che aveva scelto l’importanza relativa delle sue identità. Brescia è multiculturale come Giuseppe, il suo ragazzo, che aveva scelto anche lui l’importanza relativa delle sue identità.
    Liberà e multicultiralismo. Significa che le attuali soluzioni alla questione del multiculturalismo sono inefficaci. È irrazionale propugnare un’uniformazione culturale coatta, sia basata sull’esclusione assoluta dell’altro, sia sul suo assorbimento e occidentalizzazione, ma è altrettanto deleterio consentire e, anzi, favorire una auto-ghettizzazione delle comunità straniere per apparire –fintamente-liberali e democratici. Perché e in un caso e nell’altro la libertà di poter scegliere non sarà garantita, neanche per noi italiani. La libertà, in questo caso di credo, non deve essere applicata alle comunità, ma agli individui che ne fanno parte: se la libertà della comunità musulmana di seguire il suo credo mina la liberta di un membro di tale comunità di scegliere in cosa credere o come vivere, il temine liberà perde qualsiasi significato.
    Se il problema nasce dall’ignoranza e dall’imposizione identitaria, allora il primo importante passo potrebbe essere un riesame delle scuole confessionali, che molto spesso impongono una precisa identità a prescindere dalle scelte individuali, scelte che, alla fine, divengono peraltro difficili o viziate dall’ignoranza dell’altro. Ma al di là della contingenza del caso specifico, tale analisi dovrebbe essere fatta sull’idea stessa di scuola confessionale, a prescindere che questa si ispirata a un credo musulmano, ebraico, hindu o pure cristiano. Perché ogni scuola confessionale ha intrinseca la mancanza di un rapporto vero e umano con l’altro, con il diverso, escludendolo a priori in base a una supposta identità unica, omogenea e preminente.

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    Il mondo di sotto

    BANGALORE - C’è tutto un mondo intorno a noi, un mondo fatto di contatto con la terra, un mondo che non vuole e non può perdere il contatto con la terra: il mondo di sotto.
    Ci sono situazioni che si creano con il lavoro che facciamo che ci permettono di vivere momenti impagabili, siamo dei privilegiati perchè abbiamo l’opportunità di condividere emozioni intense con persone alle quali cerchiamo di dare quegli strumenti necessari perchè la loro vita possa ripartire, ma chi veramente riparte e guadagna vita siamo noi. Certo non è così per tutti, occorre avere l’animo predisposto perchè può essere doloroso fare il “pieno di umanità”, ma se trovi quel coraggio che contraddistingue il viaggiatore dal turista allora ecco che il mondo ti offre la possibilità di essere vissuto, ti accoglie a braccia aperte offrendoti quel pane che condividi seduto per terra, mangiato con le mani e offerto dalle stesse mani di chi lo ha fatto. Bene prezioso arricchito da uno sguardo ancor più prezioso, uno sguardo che vale più di mille parole, uno sguardo che ti accoglie e ti scalda. Poi le mani, ruvide, mani che lavorano e si sporcano senza la vergogna di mostrarsi perchè orgoglioso strumento di lavoro, di quel lavoro necessario per i propri figli e la propria vita.
    E poi sorrisi e giochi vivaci di bambini che ti cercano e vogliono un contatto quasi come se avessero la necessità di immagazzinare attraverso il tatto la sensazione del momento, di un attimo di irreale presenza, quasi come dovessero aver la certezza che tu esisti e che forse tornerai. Sorrisi e amicizia là dove crediamo le persone debbano esser tristi perchè povere. Ma povere di che, povere di cosa? Siamo noi ad esser poveri dentro, ricchi di cose, ma vuoti e distanti, chiusi nelle nostre pudiche “cose private”, con i nostri vestiti che necessariamente coprono un corpo che se non perfetto deve essere nascosto, un corpo necessariamente peccaminoso e che ha perso tutta la sacralità di quel tempio che racchiude l’anima.
    Il mondo di sotto si siede per terra, dorme per terra, mangia per terra, lavora per terra permettendo così agli uomini di ricordarsi da dove vengono, di non dimenticare le proprie radici quasi come se la terra fosse una immensa memoria indistruttibile, una memoria fatta di realtà quotidiane che sono la vita.
    Ecco dunque, facciamolo anche noi, proviamo a mantenerlo questo contatto con la terra, tocchiamola, ascoltiamola, facciamolo ricordandoci che siamo uomini e così come siamo nati moriremo tornando verso quella terra che troppe volte abbiamo ignorato, lavato via in fretta dal nostro corpo per non avere addosso la polvere del mondo, di quel mondo di sotto che vogliamo non ci si avvicini, del quale abbiamo paura perchè è il nostro. Occorre davvero che tutti, io per primo, si faccia ccostantemente un grosso sforzo per ricordarci che siamo uomini e viviamo nel mondo di tutti, non migliori di altri solo perchè ci sediamo su una seggiola nel nostro mondo di sopra.

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    Ciò che non vogliamo sentire… Le brutte parole

    Abbiamo saputo che alcuni fra i radi ma non rari lettori della versione cartacea di queste nostre Parole Corsare si sono lamentati per l’uso sporadico di Parolacce Corsare, ci scusiamo profondamente per l’impudicizia dimostrata ma, non contenti, al di là delle parole segnalate, vorremmo elencare a seguire le parole e le espressioni che consideriamo veramente oscene. Si tratta di elementi del turpiloquio sociale e politico che non vorremmo mai più ascoltare, leggere, scrivere nei contesti osceni in cui vengono tristemente usati; alcune parole contengono in sé questa mancanza di rispetto, questa offesa all’umanità. Altri vocaboli lo hanno assunto, loro malgrado, per fatti e momenti che hanno vissuto nel passato, nel presente, nel futuro: CiudadJuarez, prostituzioneinfantile, piazzadellaloggia, 11/9/01, esecuzioniextragiudiziali, Afghanistan, Iraq, Repubblica Democratica del Congo, stupro-utilizzato-sistematicamente-come-arma-di-guerra, materiale-pedo-pornografico, Darfur, Ustica, Vallettopoli, Silenzio, Scampia-Secondigliano, Restore Hope, Iraq, terrorismo, malaria, fame, rifugiato, campi-profughi, gommoni, Guantanamo, Esercito-di-Resistenza-del-Signore, bambini soldato, Cecenia, aprile92, Ramallah, violenzadomestica, discriminazione, isolamento, burka, 25-novembre-1960… vorremmo che Ustica fosse rimasta una bella isola del Mediterraneo e che l’Esercito di Resistenza del Signore si fosse limitato a innalzare inni in un tempio, ma così non è, la storia e la cronaca non hanno pudore, né vergogna, scusateci…

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    Ciò che non vogliamo sentire… Le belle parole

    Live Aid 1985 e Live 8 nel 2005, Bob Geldof (Sir) è sicuramente un personaggio controverso e generoso, da decenni in prima linea nella denuncia e nella ricerca di soluzioni per l’Africa in particolare e per “il resto del mondo” in un’ottica più ampia. Impegnato nell’andare oltre le “mance” che tronfi e bonari elargiamo ai reietti “poverini… sono così dolci…”, per entrare, più umili e consapevoli, in una logica di sviluppo comune, non solo sviluppo delle loro esistenze ma anche delle nostre menti.
    Bene, è chiaro che fino a quando queste cose ce le raccontiamo fra di noi, “ci” troviamo tutti sempre molto d’accordo; siamo già sensibili, sensibilizzati, sensibilisti, già ci ergiamo a difesa, a denuncia e ci applaudiamo gli uni con gli altri. Singolare ed emozionante è stato invece, ascoltare dal vivo Bob Geldof parlare “a braccio” per più di un’ora, in un’immensa e avveniristica sala conferenze, davanti a 500 rappresentanti di tutte le principali banche europee, le più influenti, le più… aggettivo che vi viene in mente.
    Geldof, dopo aver tratteggiato la situazione mondiale e africana, dal Congo, alla Somalia, al Kenya al Darfur, non ha accusato i banchieri presenti di aridità, egoismo, avidità o avarizia, ha solo detto che sono ciechi. Ciechi come i ciechi di Saramago: perché, per chi fa circolare il denaro pulito (e sporco), smetterla con le collusioni, le complicità e finanziare programmi di sviluppo in Africa, in grado di generare realmente benessere dal basso, non è carità (pelosa), non è destinazione del surplus, non è elargizione periodica, non è avere il cuore grande… aiutare concretamente l’Africa a risollevarsi è business. Business. Finalmente un business che ha obiettivi a media e lunga distanza, un business che ha il sapore dell’evoluzione. Un business soprattutto per le banche, perse fra finanziamenti a rischio di un mercato maturo e affari non trasparenti per avere qualche utile in più.
    “O avete capito questo o perderete il treno del futuro, sarà qualcun altro a salirvi”. Non chiedere ma proporre è sicuramente un modo più attivo ed efficace di coinvolgere anche chi, come le banche, sta apparentemente dall’altra parte della barricata, forse per scelta, ma più spesso per ignoranza e consuetudine. Mi viene da pensare, da corsaro, che anche il più tetro banchiere, una volta assicurato il proprio profitto, preferirebbe finanziare sviluppo e non armi, futuro e non morte. Ora lo sanno, Bob Geldof lo ha detto chiaramente a tutti, attendiamo reazioni, ottimisti come un vento di primavera.

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    A

    …i negoziati fra Uganda e ribelli del sedicente Esercito di Resistenza del Signore (bambine e bambini soldato, massacri, terrore da troppi anni) sono a un punto morto, moribondo…
    L’uomo vi dimorò per circa 7 milioni di anni prima di dirigersi, curioso, verso l’Eurasia e poi caparbio fino in Australia e in America, attraverso lo stretto di Bering. Rimase per un tempo difficile da immaginare: 7 milioni di anni a cacciare e a raccogliere i frutti spontanei della terra, evolvendo senza modificare, nel mondo e per il mondo. Cambiando senza cambiare …6 aprile 2007, In Darfur continuano le sistematiche violenze sessuali durante attacchi delle forze governative e delle milizie loro alleate. Tra le vittime, anche giovani di 13 anni e due donne incinte, smarrimento, paura, umiliazione… Da meno di un milione di anni l’uomo gira per il resto del mondo. L’agricoltura e l’allevamento sono “scoperte” recenti, qualche migliaio di anni fa nella Mezzaluna Fertile, dalle parti dell’Iraq, e in altre zone sparse sul pianeta. Poi, giusto ieri, vennero le armi, l’acciaio, la conquista, la difesa, Leonida & Serse, Le Termopili, le epidemie, le nevrosi…
    …in Somalia, a Mogadiscio sono ricominciati gli scontri, i morti per strada e la fuga della gente, 10.000 persone… Quando penso all’origine dei nostri progenitori, sfugge sempre un risolino beffardo e appagante: siamo tutti Africani, tutti, tutti gli esseri umani sulla Terra, tutti i razzisti, gli arroganti, le dame e i demoni dell’aristocrazia pallida, tutti abbiamo questa (per alcuni) imbarazzante parentela. Come uno sberleffo e una simbolica vendetta consumata all’inizio del tempo e per sempre. Fra le mille ragioni per non dimenticare questo continente, ce n’è una in più, sotterranea, antica, ancestrale.
    La Madre, la prima Madre è nera, è negra.
    …aprile 2007, Burkina Faso, Repubblica democratica del Congo, Sudan e Uganda sono teatro di un’epidemia di meningite che ha già provocato oltre 1.700 i morti e quasi 16.000 casi di infezione. Tutti i decessi si sono verificati nel corso degli ultimi due mesi… Forse per questo vi è un terzo polo magnetico sulla Terra, che calamita tutte le peggiori o le migliori energie verso l’Africa. Si può odiarla, schiacciarla, cercare di annientarla, negando sé stessi, oppure opporsi alla violenza, schierarsi senza timori, difendere e difendersi. Non c’è la terza via dell’indifferenza e della cecità …l’Etiopia, non contenta di fare la guerra in Somalia, permette incarcerazioni arbitrarie e violenze da parte di soldati USA su (presunti) terroristi, nascono le “Guantanamo in appalto”… Nei secoli passati, dopo la razzia è venuto l’abbandono (in realtà apparente, continuiamo allegramente a razziare e a uccidere usando altre mani. Dopo aver lordato le nostre mani di sangue, lasciamo che siano gli stessi africani ad assassinare o a massacrare). …Il governo eritreo ha deciso di proibire la mutilazione genitale femminile (90% di diffusione). I contravventori andranno incontro a multe ed anche alla prigione. …Le ossa che gettiamo con amore nella polvere rossa, buona parte dell’assistenzialismo e della carità pelosa dei post-africani (noi occidentali, ad esempio), ha creato generazioni di imbelli e di manitese, legati alla nostra tetra e discontinua benevolenza. …La malaria o paludismo uccide da uno a due milioni di persone all’anno nel mondo, il 90% dei casi si verifica nell’Africa sub sahariana. È una malattia devastante e uno dei fattori cruciali della povertà in Africa. La malaria uccide più dell’Aids e riceve meno fondi per la ricerca e lo sviluppo dei trattamenti… Mentre gli occhi del mondo sono puntati altrove, sull’asse ovest – est, sentiamo il bisogno fisico di veleggiare a sud, dalle colonne d’Ercole al Capo di Buona Speranza, non come nuovi, santi colonizzatori ma come post-africani, in cerca di un paese innocente, come il poeta, come nessuno. …In Kenya, per esempio, verso la fine degli anni ’90 e sotto la responsabilità dell’Università di Washington, sono stati condotti esperimenti clinici per osservare la progressione della malattia dell’Aids nei malati. Con la scusa che i pazienti sarebbero comunque morti, centinaia di africani sono stati sottoposti a test complementari per esaminare come le loro condizioni peggiorassero, fino al decesso. Mentre l’infezione progrediva, non si è somministrato loro alcun trattamento che avrebbe potuto fermarla. David Rothman, nel suo rapporto “The Shame of Medical Research” (La vergogna della ricerca medica), dell’anno 2000, ha mostrato come su un insieme di 16 studi clinici condotti nei Paesi in via di sviluppo per studiare la maniera più idonea di prevenire la trasmissione del virus dell’Aids durante la gravidanza, fra quindici gruppi di donne, la metà ha ricevuto un placebo (una pastiglia di zucchero) al posto del trattamento retrovirale intra-uterino che avrebbe potuto, come era già stato dimostrato, ridurre la trasmissione del virus dalla madre al figlio…

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    Napoli

    Non so con che coraggio scrivo questa parola, questa città, questo groviglio, questa “plebe”, questo vociare. Un buco nero ad altissima densità umana, che attira, ingloba e snatura tutto ciò che ha intorno. In centro, sul sagrato di San Giorgio degli Armeni, due missionarie di Madre Teresa con il sari bianco e azzurro, nobile e sorridente; l’ultima volta le avevo viste in un vicolo di Calcutta, ho notato la coincidenza.

    Ebbene, a Napoli, ai napoletani – falsi, profittatori, ladri, indolenti, scansafatiche, sporchi, teroni… questi i granitici commenti che ho raccolto, parlandone – A tutti i napoletani, alla loro fatica di vivere, alla loro disperazione e al loro riscatto, alla coscienza di chi vuole cambiare, al sacrificio, ai martiri della speranza, alle donne, ai bambini, agli uomini che hanno paura, soli, profondamente soli negli abissi dei quartieri periferici, al cuore di tenebra della città, agli ultimi degli ultimi… a tutti loro va la nostra solidarietà, il nostro cuore e la nostra attenzione. E da Napoli e con Napoli, questo augurio, questo pensiero supera ogni confine e si posa, come una farfalla, sulle spalle delle donne, dei bambini e degli uomini delle città del mondo. Non più soli.

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