L’uso della libertà, che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni.
Sempre più spesso i fatti di cronaca -nera- vengono ricondotti al tema del multiculturalismo, tanto dalle destre che dalle sinistre. Alcuni per esaltare i progressi fatti verso una convivenza pacifica, altri per demonizzare i pericoli di tale “promiscuità”.
La questione è, tuttavia, mal posta. Il multiculturalismo e la globalizzazione sono sempre stati la base del progresso scientifico, economico, sociale. La discriminante non è se il multiculturalismo sia giusto o sbagliato in sé, quanto piuttosto quale particolare forma di multiculturalismo venga adottata e propugnata in un Paese. La bontà di un sistema multiculturale non sta nel “lasciare in pace” le diverse comunità presenti all’interno di un determinato Paese. Questo atteggiamento, lungi dall’essere un modello di libertà e democrazia, altro non è se non un riproporsi del concetto di “scontro di civiltà” su un altro piano, più sottile e, di conseguenza, più insidioso (Noi siamo qui, nel nostro Paese, e siccome non possiamo tenere Voialtri fuori, vi lasciamo entrare, ma non ci curiamo di Voialtri, vi lasciamo lì, nel vostro quartiere, a scannarvi a vicenda). Un simile approccio non fa altro che limitare la percezione del pluralismo di identità che contraddistingue tutti gli individui, scadendo in un tetro e triste determinismo culturale. Un simile approccio costringe infatti un ipotetico figlio immigrati pakistani, nato e cresciuto in Italia, ad essere solo e unicamente un islamico, e a ignorare le sue altre identità e affiliazioni di italiano, di docente di economia, di gay e di ambientalista. Tale presupposto è alla base del fondamentalismo e, in ceri casi, del terrorismo, che si nutre di simili contrapposizioni nette e irrefutabili, basate su un solitarismo identitario che riduce le molteplici affiliazioni di un individuo alla sola affiliazione religiosa.
Il valore di un multiculturalismo sano risiede nella possibilità -sempre all’interno di uno schema legislativo e normativo, e nel rispetto delle libertà altrui- di ogni singolo individuo di decidere in maniera libera e razionale quale delle sue tante identità debba avere, in un certo periodo, la priorità sulle altre: io posso essere al tempo stesso bianco e buddhista, gay, ambientalista e votare a destra. La questione, di conseguenza, verte sulle opportunità e le strutture messe a disposizione degli individui, affinché possano ottenere tutti gli strumenti intellettuali, conoscitivi e logici per poter operare questa scelta in maniera razionale e cosciente. Per poter operare questa scelta in maniera libera. Tali strumenti, oltre che dalla famiglia di origine, dovrebbero essere forniti, in primo luogo, dal sistema scolastico.
La proliferazione di scuole confessionali o religiose, in questo senso, così come le associazioni territoriali, possono costituire un grandissimo ostacolo all’instaurazione di un multiculturalismo democratico. Anzi, il patrocinio statale a tali strutture può rivelarsi, sul lungo periodo, un arma a doppio taglio, i cui pericoli superano di gran lunga i benefici propagandistici della retorica libertaria e pseudodemocratica. Approvando implicitamente e sancendo tale approccio solitarista che tende a ridurre un individuo unicamente alla sua affiliazione religiosa, una simile strategia può finire col rafforzare indirettamente proprio la presa di quel fondamentalismo che si voleva indebolire.
Una scelta libera e razionale presuppone la conoscenza di tutti i possibili modelli identitari propri di un individuo, siano essi religiosi, politici, professionali. E questo può essere garantito molto più da un sistema educativo statale e laico comune a tutti e di tutti inclusivo, nel rispetto delle diversità individuali, piuttosto che da una pletora di singoli istituti confessionali, ognuno teso alla preservazione della propria presunta identità originaria. La libertà delle singole comunità di autorganizzare le proprie strutture sociali e scolastiche limita o, addirittura, inficia la possibilità di autodeterminazione del singolo, perché tali strutture tendono naturalmente a imporre un’identità precostituita, in funzione di una conservazione dei propri valori tradizionali originari. La domanda è, quale valore ha un’identità calata dall’alto senza alcuna possibilità di scelta, o pure “scelta” sulla base di presupposti viziati o anche solo limitati?
Ancora una volta l’alternativa non è un annichilimento della diversità culturale, un’omogeneizzazione artificiale e geneticamente modificata. Il valore della diversità culturale non è in discussione, ma tale diversità deve essere basata non già su una cieca e coatta perpetuazione di identità statiche e artificialmente omogenee e inconciliabili, basata su un’imposizione identitaria facilitata dall’ignoranza, quanto piuttosto su una scelta libera, razionale e non esclusiva di singoli individui a cui siano stati dati gli strumenti e le occasioni per operare tale scelta.
Il valore della diversità non si basa sulla divisione fisica per parti omogenee, ma sulla convivenza e il reciproco arricchimento delle parti. Forse nell’immediato è la via più difficile, ma nel lungo periodo è l’unica strada percorribile. Invece di tante scuole confessionali, meglio una scuola pubblica comune a tutti e perciò apolitica e laica, al cui interno vengano forniti gli strumenti perché siano poi i singoli a scegliere della propria vita. La scelta della propria confessione religiosa, del proprio colore politico e così via, sono scelte private che le istituzioni –siano esse confessionali, politiche o sociali- non devono in alcun modo pilotare. Il loro compito è fornire gli strumenti e le opportunità perché sia garantita al singolo la libertà di tale scelta.
Questo ci riporta alla cronaca. Hina, la ragazza di origini pakistane uccisa dai familiari perché considerata non ortodossa, troppo occidentale. Una cattiva musulmana. Anche ammettendo tale giudizio di merito, Hina poteva essere, al tempo stesso, una bravissima studentessa e una fidanzata dolcissima. Ma queste identità non avevano valore agli occhi della sua famiglia, perché l’ignoranza identitaria li ha portati a considerare l’affiliazione all’islam come l’unica identità importante o, peggio ancora, come l’unica identità in assoluto. E la stessa ignoranza li ha portati, per inciso, a postulare degli ipotetici valori di riferimento ben precisi per distinguere un buon musulmano da un cattivo musulmano, dimenticando, ad esempio, che tanto Aurangzeb che Akbar sono stati considerati “buoni musulmani”.
Questa tragedia, in ogni caso, sembra aver messo tutti d’accordo, nel Belpaese. Le comunità musulmane, la sinistra, la destra, le femministe. Sembra. Perché in fondo ognuno sta cercando di dimostrare che sulla questione del multiculturalismo aveva ragione lui. Per alcuni è un male in sé, per altri invece un bene. Ma questa è solo retorica. Perché nessuno sembra aver ragionato sul problema che ha costituito il terreno di coltura di questa tragedia, concentrandosi volutamente solo sugli aspetti contingenti.
Liberà e multiculturalismo. Hina voleva essere libera di scegliere che la sua identità di italiana fosse più importante di quella di appartenente alla comunità musulmana, senza per questo cessare di credere nell’islam. Non ne ha avuto la possibilità, perché la sua comunità si riteneva libera di giudicare secondo i suoi propri schemi chi dovesse essere Hina e come dovesse esserlo.
Il problema non è tanto il multiculturalismo in sé, quanto la forma del multiculturalismo adottata. Brescia non è una città multiculturale perché ci sono moschee e scuole islamiche, o perché ci abitano tante famiglie Saleem. Brescia è multiculturale tanto quanto lo era Hina, che aveva scelto l’importanza relativa delle sue identità. Brescia è multiculturale come Giuseppe, il suo ragazzo, che aveva scelto anche lui l’importanza relativa delle sue identità.
Liberà e multicultiralismo. Significa che le attuali soluzioni alla questione del multiculturalismo sono inefficaci. È irrazionale propugnare un’uniformazione culturale coatta, sia basata sull’esclusione assoluta dell’altro, sia sul suo assorbimento e occidentalizzazione, ma è altrettanto deleterio consentire e, anzi, favorire una auto-ghettizzazione delle comunità straniere per apparire –fintamente-liberali e democratici. Perché e in un caso e nell’altro la libertà di poter scegliere non sarà garantita, neanche per noi italiani. La libertà, in questo caso di credo, non deve essere applicata alle comunità, ma agli individui che ne fanno parte: se la libertà della comunità musulmana di seguire il suo credo mina la liberta di un membro di tale comunità di scegliere in cosa credere o come vivere, il temine liberà perde qualsiasi significato.
Se il problema nasce dall’ignoranza e dall’imposizione identitaria, allora il primo importante passo potrebbe essere un riesame delle scuole confessionali, che molto spesso impongono una precisa identità a prescindere dalle scelte individuali, scelte che, alla fine, divengono peraltro difficili o viziate dall’ignoranza dell’altro. Ma al di là della contingenza del caso specifico, tale analisi dovrebbe essere fatta sull’idea stessa di scuola confessionale, a prescindere che questa si ispirata a un credo musulmano, ebraico, hindu o pure cristiano. Perché ogni scuola confessionale ha intrinseca la mancanza di un rapporto vero e umano con l’altro, con il diverso, escludendolo a priori in base a una supposta identità unica, omogenea e preminente.
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