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  • Io sono una Donna afghana

    Qualche anno fa, in tempi non sospetti, prima dei ripetuti undicisettembre, partecipavo ad una manifestazione in piazza della Scala a Milano, per informare, per condividere con i passanti e uno sparuto nugolo di giornalisti, la situazione drammatica, misconosciuta delle donne afghane, tutte e una per una, sepolte e segregate, come infezioni maligne, dalla barbarie talebana.
    Indossavo, sopra il cappotto, un grande cartello, da uomo sandwich, con scritto maiuscolo in pennarello nero “IO SONO UNA DONNA AFGHANA”. Parlavo con la gente, venivo intervistato, ero in procinto di andare da qualche funzionario preposto, con altri, per presentare un documento di denuncia, forse inutilmente, forse no.
    Dopo un’oretta, un’anziana signora, credendomi in imbarazzo (io, 1 metro e novantacinque con barba e baffi…) mi tolse il cartello e lo indossò a sua volta, apparentemente più plausibile.
    Mi tolse il cartello ma non la coscienza di esserlo.
    L’orgoglio di poterlo dire, sentire, gridare. Dando un calcio alle convenienze, alle sconvenienze, ai legacci e ai confini che altri, come in Africa, hanno arbitrariamente tracciato, ricostituendo a tavolino, un’incoscienza del mondo irreale e isolante.
    Io sono una donna afgana, nepalese, indiana, congolese, libanese, israeliana, siriana… l’essere sempre differente ma mai diverso che con me abita il mondo, sia uomo, donna o piccolo uomo e piccola donna

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